giovedì 21 agosto 2008
Alice
d'un tratto smise. Ricordo…oppure no?
Stavo in piedi su un carro di carnevale
con un pianeta di cartapesta alle spalle.
Tra i capelli un cerchietto di brillantini,
e roselline bianche. Forse l'avevano portata via,
mia madre, gli uomini della legge. Per otto anni.
Alla fine del processo non sarebbe tornata
No. Inghiottita da una macchina di scrivere
azzurra, carnivora e rumorosa.
Così al barbiere dissi "Rasami, ora."
Che possa cambiare di genere ancora!
Potrò? Essere un'altra, un'altra, non lei
E i miei capelli, quelli non serviranno più.
Dentro l'hair salon gli uomini si voltarono
tutti per guardarmi in faccia e alcuni aspettarono,
già sbarbati, finchè la ferita non fu compiuta.
L'abbandono
Ti ricordi?
Raccontasti d’aver baciato una donna
Io una l’avevo amata.
Capivi, senza pensare fossero stranezze
E annuivi con quei tuoi riccioli,
ramati, e le molte lentiggini.
Ho visto parecchi comportarsi da stupidi
Quando al bancone di Loafers c’eri tu
Eppure mai un complimento,
per paura.
Io, me ne infischiavo!
Sei così bella cara, questa sera.
Lo facevo apposta.
Ti ammiravo come un Kippenberger ed ero sincera,
perché non ti temevo
Amica che adoro
Eri un tempio
sacra come la madre
Tra le tue braccia forti di Amazzone
mi davi una casa.
Era così con Elischeba?
O era quella la giovane madre,
prima che partisse?
mercoledì 14 maggio 2008
Il camaleonte
Non ti ho mai amata. Vieni con me a Venezia? Ti sono mancato? Potremmo essere amici.
Il camaleonte diventa di ogni colore, così si mette in salvo. E' una voce che si estende su tutte le ottave. Non c'è nota che il suo canto non esegua, per il desiderio di piacere.
Dio mio, dategli un pò di attenzione, inviadetelo e tenetelo al di sopra di ogni altro affetto e interesse, perchè perfino un accenno di curiosità nella vostra voce, che non sia per lui, potrebbe ferirlo a morte. E perderà il suo centro, il suo io, il suo sè, il suo dio, se non lo farete. Poi, della sua perdita di equilibrio, non mancherà di tentare di fare voi responsabili.
Adesso ti farei schifo. Mi fa, e la sua voce è insincera come una chitarra scordata.
Che c'entra, dico.
Abbassa quelle difese, ritira la ruota, Mr pavone. Sei serio quando pensi che contino qualcosa le tue Bahamas?
mercoledì 16 aprile 2008
election day nightmare
Si accedeva alla sala bianca da un ingresso che riconoscevo come quello della vecchia casa popolare, dove ho vissuto per quindici anni con la mia famiglia.
C'era un dibattito in corso, il cui oggetto era forse la violenza sulle donne o qualcosa di drammatico che le riguardava.
I parlamentari partecipavano con interventi ragionati, dal tono grave, tutti. Uno solo non ascoltava, non interveniva neppure, e raccontava storielle grottesche ad un altro di noi - mimandole a volte in piedi e ridendo con voce grassa - per tutto il tempo in cui era in corso la discussione.
Quello che se ne infischiava della gravità degli altri - se la spassava a esibirsi e a raccontare - quello, era Silvio Berlusconi e l'altro, quello che dava ascolto alle sue storielle da varietà, era mio padre.
L'imbarazzo mio era grande, come mai, e, come per compensare il torto di mio padre, cercavo di sostenere il dibattito con parole profonde e nuove.
Intanto che Silvio Berlusconi faceva il buffone e se la rideva grottescamente, mio padre lo ascoltava poco convinto, sorridendo imbarazzato, tra i denti, per buona educazione.
Guardavo verso di lui e gli rivolgevo un rimprovero tacito, nei miei interventi assumevo un tono ancora più teso e grave.
Avrei voluto che capisse che era il caso di isolare quell'uomo triste, che la condotta rumorosa e burlesca, in quel momento, rendeva irrispettoso del dibattito e delle parole altrui.
Usavo sguardo e voce, perchè mio padre capisse che era il caso si unisse al dibattito tra di noi, ma lui guardava in basso, finchè - incapace di porre un rimedio - l'imbarazzo mio è diventato vergogna. Mi sono svegliata, affranta.
mercoledì 12 marzo 2008
rollerblade
Io invece una volta che li avevo indosso ci ero caduta per terra rovinosamente. Il sedere mi faceva un male dopo quella caduta sull'asfalto che da quel giorno in poi ho avuto paura di indossarli di nuovo. Del resto la caduta non era stata del tutto casuale, probabimente. Avevo strafatto quel giorno, uscendo per strada coi pattini, quando ancora avevo fatto poca pratica e solo sul pavimento liscio del mio appartamento di Palermo, in via Volontari.
Poi, a quella mia collega bosniaca che entrava persino in aula universitaria pattinando sui rollerblade, si erano guastati i suoi...ho fatto due più due. A chi servono di più?
Era quasi un'estranea e il suo nome non me lo ricordo più. Ma un giorno sono arrivata a lezione e le ho portato i miei rollerblade. Glieli ho regalati, non venduti. Lei faceva la babysitter per mantenersi gli studi e viveva lontano dalla cittadella universitaria.
Io vivevo a due passi e francamente per me andare sui rollerblade era un'arte da voler imparare, per lei uno strumento di sopravvivenza. Credo di avere fatto la cosa giusta, se ci penso, mi pare di avere messo un pò ordine, come dire.
Poi penso anche che mi dispiace di non aver potuto imparare. Mi conosco, alla fine quei rollerblade, avendoli a casa, li avrei ripresi e forse avrei imparato bene abbastanza da riuscire oggi a pattinare i sabati pomeriggio per il parco Nord di Milano.
Sono la stessa che - dopo umiliazioni indimenticate e troppi tentativi finiti male - ha imparato ad andare in bicicletta a sedici anni, quando nessuno ormai mi tormentava più sbattendomi in faccia quanto fosse facile pedalare. Era impossibile che non ne fossi in grado, dicevano loro.
martedì 12 febbraio 2008
Eccetto uno spiraglio
Non riesco a scrivere, ma potrei piangere così tante lacrime da vomitare. Così è successo, oggi, al ritorno da scuola. Mi sentivo la gola raschiare sotto la doccia e più tardi, al telefono con mia madre.
Anni fa, era lei l'ultima persona che avrei chiamato, sentendomi come oggi mi sento. Ora è cambiato qualcosa ed è proprio la sua la voce che desidero mi accolga. Direbbero che sono una che da molte chance.
Sono convinta che mia madre possa darmi ora, quello che non ha saputo. Il suo intuito non bastava, ma adesso sono un'adulta che sa chiedere assertivamente.
Potessi spezzare l'incantesimo che mi ha fatto diventare un rospo!
C'è un giorno dopo il quale io non sono più stata io. Da allora - sono trascorsi molti anni - riemergo di quando in quando dall'acqua torbida cercando di resuscitare un principe che non sono più.
Chiamare mia madre mi ha fatto sentire più sola. Attraverso la cornetta del telefono non ho sentito il calore che speravo e non ho avuto il coraggio di condurla per mano con me a toccare la punta di spillo della mia disperazione. Come sempre, anche stavolta l'ho protetta anche da me. Mia madre, avevamo paura di poterla rompere. Mio padre sembrava che volesse proteggerla persino dalla nostra vicinanza. Come se ce ne fosse l'esigenza.
Un giorno d'estate stavo attraversando il corridoio della nostra villa al mare, che a sinistra si apre sulle stanze da letto di noi figlie e dei nostri genitori. Ero andata dai miei per via di una lite con mia sorella maggiore, mi pare di ricordare. Ma più probabilmente la lite era arrivata dopo...
Era primo pomeriggio, nella stanza c'era luce. Loro erano andati a fare un sonnellino ed io e le mie sorelle stavamo chiacchierando in veranda.
Avrei bussato, ma prima di farlo ho sbirciato dentro per controllare che non si fossero già addormentati. E' stato così che li ho visti chiusi in un unione fisica che allora non ho compreso. Oltre la porta da cui ho sbirciato c'era mia madre nuda, distesa con gli occhi chiusi sul letto matrimoniale. Mio padre in piedi la teneva dalle cosce alte. Con le dita la penetrava. Non era la vagina, non credo.
Ricordo gli occhi chiusi di mia madre e i sospiri fragili. Mio padre che agiva come un uomo, anche se non so esattamente cosa voglia dire: è un mistero, l'essere uomo, che penso non mi sia dato comprendere.
Sono fuggita di nuovo in veranda, quasi di corsa Bianca, Bianca! Papà e mamma sono nudi nel letto...! Mia sorella maggiore mi ha ripresa severamente. Ha alzato la voce, dandomi della bugiarda.
Sarei corsa tra i miei genitori, presi nell'amore, a chiedere che mi spalleggiassero di fronte a Bianca: avevo detto la verità! Ma la porta della loro camera restò chiusa a lunga quel giorno, eccetto quel maledetto spiraglio. Oltre la porta, io.
Devo aver pianto tanto che la gola raschiava proprio come stasera. M'inabissai in un intercapidine della mia casa, passando in una dimensione sconosciuta. Un buco nero di solitudine mi aveva inghiottita.
E' una sensazione che ho provato altre volte. Non solo a casa.
A ripensarlo oggi, mi pare che nel modo di fare l'amore dei miei genitori ci fosse l'attuazione di una legge del contrappasso ante-mortem, una sorta di compensazione. Nella quotidianità di casa i loro ruoli sono ribaltati. Mia madre decide, impera e urla ingiustamente. Mio padre, lascia fare.
Tuttavia, in quell'intimità che mi è stato dato di vedere, (perchè conoscessi la compresenza dei contrari nella scena primaria?) - e che sono costretta a raccontare, come il vecchio marinario la sua maledizione - mia madre non era una dominatrice schiavizzante, nè mio padre chi si sottometta remissivamente.
Quel giorno lei avrebbe dovuto montare su di lui ad occhi aperti, guidare i giochi...Non era così.
Lui, in piedi, la soverchiava con un erezione minacciosa, che le mie retine hanno dimenticato. Mia madre era abbandonata a lui, in un modo che quasi era irriconoscibile. Avrebbe potuto ucciderla, se avesse voluto.
lunedì 11 febbraio 2008
un giro di valzer e una domanda
In Sicilia - dove ho trascorso i giorni di vacanza di quest'ultimo Natale - c'era una copia in vhs de Il Grande Freddo sugli scaffali di una piccola videoteca in camera mia. Ricordavo che fosse tra i film preferiti di qualcuno che stimavo, per questo intendevo vederlo.
Ma non era Pablo, Felipe neppure, non sapevo più chi, se ci fosse davvero, o se invece avevo confuso un titolo con un altro, come succede.
Ecco, oggi l'ho ritrovato.
Da quando io e Bonaventura ci eravamo un pò allontanati, ho condiviso fantasticherie e desideri misteriosi prima con Pablo, meno intensamente anche con Felipe.
Quello che so ora è che tutti e tre hanno incarnato qualcosa che mi è complementare, come un partner nel valzer che ti conduca.
Ogni volta che mi sono allontanata da uno - perchè non tolleravo di vivere col cuore come un puntaspilli - girando su me stessa, sono finita tra le braccia di un partner di danza che gli rassomiglia. Deve essere nel mio karma.
Bonaventura, Pablo, Felipe e tre. Si riparte da Bonaventura. Sono pochi giorni che mi conduce di nuovo lui, elegantemente, nel valzer di sempre, su un pavimento decorato di altri fiori e domande che non cambiano, ma sono meglio poste.
Dei tre è il partner prediletto, quello con cui mi sento più sicura, tra di noi è cresciuta la confidenza, e ha un profumo delizioso.
Nel calendario, cè un giorno solo alla settimana in cui Bonaventura ed io possiamo vederci, dei sette è quello dedicato a Mercurio, che è Hermes, dio dell'eloquenza.
E' curioso che per Bonaventura l'eloquenza sia il frutto proibito, e non è una metafora questa. Sarà per questo che una magia beffarda gliel'ha dedicato?
Mi ha attraversato come una scarica elettrica, stamattina, una citazione di Jung Gli Dei hanno lasciato posto alle malattie.
Ho sentito gratitudine verso Jung - per avere condiviso e pensato - e verso Bonaventura per avere ricordato e diviso con me, proprio stamattina, un pensiero di cui sono assetata.
Il caduceo con cui Mercurio dissipa le nubi ne La Primavera è divenuto il simbolo della Medicina. Sarà per questo che ho detto di si?
venerdì 25 gennaio 2008
rosso
Oggi però è stato diverso e ho chiesto aiuto. Sarà il primo giorno del resto della mia vita - come si dice negli US - o è vero un detto popolare giapponese che dice che la vita è cadere otto volte e rialzarsi nove?
La terapia mi conferma campionessa di somatizzazioni. Dalle sedute più recenti emerge che la malattia che ho contratto tocca un climax nella somatizzazione di emozioni di bambina dolorose, rimaste inespresse. Una è stata l'incidente stradale che a nove anni mi ha fatto confrontare con una paura di morire che allora non ho verbalizzato, nè dopo. Mettevo da parte l'esigenza di capire e contestualizzare, perchè in famiglia non avevano le risorse per capirmi e ascoltare.
Fortunatamente dopo il secondo ricovero in un ospedale psichiatrico non ho più avuto crisi depressive. Da qualche giorno però l'emisfero destro è indolenzito dalla testa alla nuca, tanto che oggi non sono andata al lavoro, pensando che meglio proteggermi che curarmi dopo.
Quando qualcosa mi preoccupa, inibisco l'espressione dell'ansia che si rifugia li, dietro alla nuca, come una lumaca che ritira le antenne dentro la casa-guscio. Insieme ai medici con cui ho ricostruito le crisi - in terapia e in occasione dei ricoveri - è emerso che la cervicalgia è un semaforo rosso con cui il mio corpo chiede attenzione.
Io mi metto a riposo appena arriva e riordino i pensieri parlando con me e chiedendomi cosa vuoi dire con questo dolore, amore? Se faccio così la crisi depressiva non arriva, come le lacrime di un bambino che si fermano prima di arrivare alle urla, se uno le sente in tempo, prima che la sete diventi senso di soffocamento e orrore.
Lo stress da psicoterapia si somma ora allo stress da lavoro (questa settimana ci sono gli scrutini così lavorerò ogni giorni il doppio del solito) e a quello da trasloco imminente, il 2 febbraio. All'idea di traslocare non sono ancora del tutto pronta e mi manca il coraggio di affrontare il mio affittuario per chiedere una proroga. Lui ha un brutto carattere ed io con le persone che hanno un brutto carattere ho una tendenza irresistibile a soccombere.
Che avevo paura di sbagliare l'ho raccontato oggi alla strega Fair, quando ci siamo viste all'una. Si tratta del mio medico curante che ha il camice bianco e una laurea ed è anche una brava omeopata. Ma quando la guardo con gli occhi di quando avevo nove anni so che i bambini non hanno mai torto e che lei è una strega bianca, di quelle che fanno magie per il bene. Andava un pò di fretta ma mi ha risposto lo stesso, con queste parole Nella vita può andare male o bene, non ci sono altre chance. Poi ci siamo salutate.
martedì 22 gennaio 2008
non avrei voluto vedere
In questi ultimi due giorni ho trascorso del tempo con due colleghe che hanno nomi che tra loro rimano come in Marianna e Susanna. La più giovane delle due è anche quella con cui sono più a mio agio, si chiama Laura, e ieri dopo avermi invitato a pranzo a casa dei suoi è venuta qui da me per lavorare insieme. Abbiamo chiacchierato di musica e di religione, poi poco prima di andarsene ha detto che era stufa delle morti delle donne per mano degli uomini e che aveva voglia di fondare un "Regno delle Amazzoni" e tenerli dietro le sbarre perchè smettano di amazzarci ogni volta che gli gira male.
L'altra è sposata, si chiama Clara ed è calabrese, ma ha lo stesso accento di una mia cugina di Trapani. Dopo il lavoro oggi mi ha accompagnata in un outlet a comprare un paio di pantoloni in saldo, davvero economici.
Tra le novità, c'è che l'amore malato se n'andato, semplicemente ha smesso di rispondere alle telefonate e ai messaggi che scrivo. Oltre che dispiaciuta, sono sorpresa, perchè io non sono una che sparisce così, non mi è successo altre volte, nè l'avrei fatto con lui, che pure ha sbarellato molte volte nei miei confronti. Io resto sempre, in amicizia o nel perdono, mentre gli altri se ne sanno andare senza parole.
E così mentre Milano stasera è bellissima, illuminata a distesa dalla luna piena e scaldata del phoen, io sto come sta una che la luna piena ce l'ha dentro allo stomaco e intorno alla testa ho più anelli di saturno stasera.
Non stanotte, ma quella prima, ho sognato che ero al lavoro, a fare lezione in una delle mie classi preferite. Quei ragazzi hanno delle belle teste ma il limite di alcuni è d'essere precocemente svegli nello sviluppo sessuale. In modo particolare ad un consiglio di classe s'era parlato di un ragazzo e una ragazza con atteggiamenti che per la loro età ci sembravano ambigui e adulti.
In sogno, proprio quei due ragazzi ad un certo punto si scambiavano un bacio incuranti di me, durante la mia lezione. Ero offesa e, spazientita dai tanti rimproveri inascoltati, ho reagito male e mi sono incaponita che non avrei lasciato passare ancora una volta. Adesso chiamo il professore di lettere e del vostro comportamento ne discuteremo con lui, ho minacciato, poi mi sono affacciata sulla porta chiamando a voce alta Caballaro!
Il professor Caballaro non era lì nell'atrio e io me ne ero accorta, ma ho bluffato perchè volevo battere il ferro finchè è caldo, come si dice, e intimorire i ragazzi perchè capissero che facevo sul serio. E' stato in quel momento che davanti ai miei occhi i colleghi e i ragazzi che erano in corridoio hanno cominciato a scomparire. Dopo aver chiamato il collega, come in un fading cinematografico, stavano scomparendo tutti, come per effetto di quello che avevo detto. La realtà si stava dissolvendo sotto ai miei occhi ed io ero così sorpresa che ho pensato wow e mi sono svegliata con un formicolio addosso che mi ha percorso tutto il corpo. Alle quattro e mezza del mattino avevo sprigionato milligrammi di adrenalina che mi hanno avvelenato il sonno impedendomi di tornare a dormire.
domenica 20 gennaio 2008
il paese delle streghe
perchè mi sento morta?
Chi era quello stupido orco
che faceva casino nella mia testa
qualcuno ha visto un mostro
era proprio orrendo
ogni piccola anima ha
lati che non conosci
tuttintorno alle mie bolle
streghe dappertutto
nemmeno mi piacciono
nemmeno mi importa
qualcuno ha visto un mostro
il peggiore che hai mai visto
spaventoso piccolo joker
ero solo io
Pensando d'essere morta
non ho tempo d'essere qui
questo è il posto per me
non ho tempo di parlare ora
impegnata come un'ape
non ho tempo di parlare ora
Lisa Germano
la traduzione di "In the land of fairies" è mia
lisa germano
lunedì 14 gennaio 2008
Chi giura per Dio?
Ho rivisto quel sorriso antico
Ti ho preso la mano rugosa
Non era fredda né in sogno, né ieri
Come dondolavo allegra!
Ti ho chiamato madre
Ma la madre sarebbe tornata inattesa
Ed io sarei stata spartita.
Resta il segreto, duplice come il mio nome
Che svela l’immaginazione.
C'era un demone in sogno, a testa in giù
I suoi denti stracciarono il velo della mia culla
Sembrava placenta.
Chi era?
chi è lui?
Se vuoi te la lecco, mi scrivi
Fallo. Come la lingua di un gatto.
E, già che ci sei,
fai un salto a prendere la mia corona,
è sepolta assieme al senno di Orlando
rimasta dentro un anfora
sotto kilometri di sabbia lunare.
NB Guardate il video di Who is it di Bjork linkato al titolo, è bellezza rappresa e oggi è la mia cura. Che dolore, che gioia, come vorrei essere degna di avere trovato Astolfo. Bjork è la regina delle anfore e va vestita di campanelle in punta di piedi sul deserto della luna.
venerdì 11 gennaio 2008
cellule e arie
sabato 8 dicembre 2007
Due Lune
Al telefono, è dove ti piaceva vivere l'amore, ma non a me, a me piace stare di fronte ai tuoi occhi verde menta. Ti guardavo passare nudo e ti aspettavo, sotto alle coperte ricamate in delicate fantasie orientali, nel tuo appartamento. Guardarti nudo mi piace, perché sei così pallido che splendi come un luna, e mi piace il tuo sedere.
Le tue frasi a volte erano biascicate, come se fossero moine di un gatto, anche questo mi piace e mi sono piaciute le osservazione acute sulla letteratura di Nothomb, che hai fatto all'uscita dalla mia seduta, il giorno in cui mi hai accompagnata al primo incontro terapeutico che ho fatto, da quando ho scoperto di essere malata.
Mi piacevano anche le notti d'amore a cui tenevamo lente le briglie, perché scivolassero lentamente in una fantasia di noi incorporei, quando diventavamo soltanto voci, che pronunciano parole lascive.
E così stavo affogando nella marea di una conversazione senza scampo, quel pomeriggio che ha segnato il nostro epilogo, acerbo, amaro. Ho cercato una via d'uscita da quella cornetta giocando d'azzardo, e ti ho fatto una domanda, la stessa, sempre uguale. Sarà oggi che ci vedremo? Neppure la risposta era cambiata, come nei sette giorni precedenti, era rimasta un ricatto morale.
La distanza allora si è aperta come in cielo la scia di una stella cometa, come una luce tanto immensa che l'affetto tra di noi è fuggito a nascondersi. Esso è una creatura notturna, come un pipistrello, a cui la luce non piace.
E' rintoccata l'ora della fine, senza ritorno, come una messa funebre, e ha rievocato un destino a spirale, che si ripete dal giorno numero uno, o finanche quello prima. Rien va plus. Ora è tutto uguale alla prima volta che ho assistito a una parodia di morte, odiosa, come questa, come il veleno che per primo mi ha appestato lo stomaco. La ricordo bene.
E accanto a me ho un bicchiere di vino rosso ora, fruttato, che hai acquistato tu. Sull'etichetta è scritto che “Si chiama due lune perché è il tempo necessario per produrlo, 56 giorni”. Beviamo, perchè aspettare le lucerne, e l'amarezza che da il pensiero che noi non siamo durati altrettanto a lungo, neppure quei cinquantasei giorni che, per produrlo, erano necessari.
giovedì 15 novembre 2007
Un vero Gourmet
Ad esempio può richiudere, sbattendolo, lo sportello del freezer, poi aggirarsi per casa con passo spedito, sistemando spasmodicamente nelle credenze quel che tira fuori via via dalle buste della spesa. Cose tipo kinder pinguì e bastoncini di pesce surgelati. Caio è un vero gourmet.
Ad ogni modo, quel martedì sera lì - cioè l'altro ieri - Caio entra dalla porta e dimentica di salutare il mio ospite, Pugsley, che intanto è seduto con me sul sofa a fumare lento una sigaretta. E quando dico lento, dico lento, perchè ci eravamo appena sorbiti lui cento ed io le mie ventisei gocce di EN quella sera, Pugsley ed io. Eravamo pacifici come porcellini dentro una casa di benzodiazepina.
Caio fa girare la chiave nella toppa - un fremito - apre la porta e finalmente spunta sulla soglia carico della sua spesa notturna, biascicando uno ciao, stitico. Non si presenta a Pugsley, che incontra per la prima volta, e inizia a disfare i sacchi della spesa, con una pantomima che lo fa sembrare Otello.
E' furibondo - le macchinazioni di Cassio l'hanno ormai convinto del tradimento di Desdemona (vedi Shakespeare "L'Otello" ndr) - e Caio, licantropizzato, si trasforma nel lupo che soffia sulle pareti della casa di benzodiazepina.
Ma che vorrà dire il lupo, esibendosi in una performance di iracondia così eloquente e tuttavia muta? Che ne so. Frugo stancamente nella testa per forumlare un'ipotesi. Avrà visto un batuffolo di pelo che rotolava in corridoio, accanto alla sua camera? Sarà che ho mischiato le forchette con i cucchiai nello sgocciolatore un'altra volta? Sarà la faccia quieta di Pugsley, che non gli piace?
Ma il nocciolo duro del problema lo focalizzo ed è questo: prima o poi qualcuno dovrà spiegare al lupo che un rimprovero o una richiesta espressa a gesti e sbuffi equivale in comunicazione ad un messaggio criptato e come tale resta incompreso. I'm sorry. Non prevenuto.
E' un problema suo, in fondo - mi dico - se il lupo risulta solo antipatico, e quando dico solo, dico solo. Mi dispiace però, che per altro i lupi sono anche una specie in estinzione e mi dispiace che la cattiveria non paghi e che la bontà paghi ancora meno, beh...quello mi dispiace di più.
Probabilmente il lupo finirà per mettermi alla porta come ha già minacciato di fare una volta. Come succede tutte le volte nelle fiabe, anche stavolta il manico del coltello è nelle mani unghiate di Caio, che lo userà, e a soccombere sono da che mondo è mondo i porcellini. Di fronte ad un potere che un tempo era forza fisica ed ora è economico e decisionale. E neanche la minaccia d'estinzione che incombe sui lupi finora ha saputo cambiare le cose.
mercoledì 14 novembre 2007
Il Primo Novembre
Nei giorni successivi ho chiamato il medico curante ed ho preso dei giorni di malattia per assentarmi dal lavoro. Credevo d'avere una faringite.
In un pomeriggio di quella settimana, avevo segnato in agenda un colloquio per un secondo lavoro, ma la spossatezza è arrivata per prima e un malessere persistente alla schiena l'ha seguito. Era come se davvero, come Sisifo, quel giorno avessi portato su per un altura una roccia pesante e insensata, sulla mia schiena.
Ma dopo la somatizzazione fisica con cui si maschera sorprendomi - che ingenua! - l'ansia ha iniziato a prendere le strade maestre, disinibite, che conosco, per averle percorse già nell'autunno di Londra, due anni fa.
Il senso di irrequietezza, l'irritabilità e la difficoltà di concentrazione sono diventatate insostenibili.
Non portavano pace le chiacchierate al telefono con le amiche, con lù, nè con le semi-professioniste in fatto di analisi, come Jolie. Piangevo per giornate che mi sembravano interminabili e la testa doleva d'un male incessante, come di spilli conficcati nella nuca. Quando il male alla nuca è diventato persistente, a quel punto sapevo che sarei andata di nuovo in ospedale.
Quel fastidio acuto infatti è per me il sintomo più intollerabile della malattia. E' l'avvertimento temibile che segna l'aver raggiunto un punto di non ritorno. Oltre quel malore odioso, anbar, per te si apre la porta dell'ospedale, così è stato anche stavolta, in questa Milano da Morire e l'autunno di Londra nel 2005 me l'aveva già dimostrato.
Nei giorni seguenti intanto aumentavano la sensazione di annebbiamento mentale e la paura d'uscire e di restare a casa da sola, mentre le ore di sonno si assottigliavano fino a diventare non più di quattro, forse tre...e il 30 ottobre, l'ultima notte prima del ricovero, nessuna.
National Coming Out Day è il titolo della riproduzione di un lavoro di Keith Haring che illustra il mese di ottobre nel mio calendario TeNeues Keith Haring 2007. A pensarci è stato così per me, come nel calendario, solo che ho dovuto girare pagina e mese al mio calendario, perchè il giorno del mio national coming out si avverasse.
Quando mia sorella con viromare sono venuti a prendermi, poi hanno chiamato l'ambulanza, per portarmi in ospedale, sperando di liberarmi dalla presa dell'oscurità vorace che mi stava inghiottendo, eravamo già al primo giorno di Novembre.
sabato 10 novembre 2007
eppur si muove
Un Matrimonio Pacifico
Ho tentato d'andare al cinema a vedere La Giusta Distanza invece, inseguendo un film che alla fine è sfuggito anche quello.
Il cinema Anteo è sempre troppo affollatto per me e Luna che arriviamo d'abitudine di fronte al botteghino a pochi minuti dall'inizio della proiezione del film.
Ma a qualcosa è servito, che la visione di un film che era interessante e avevo atteso, andasse a puttane. Ho potuto sentire finalmente le risposte di Luna, la sua voce che declinava le buone ragioni per cui secondo lui non vale più la pena di continuare a rincorrersi, verso un futuro di serenità che da lontano somiglia solo al fumo dei boschi incendiati di Capaci d'estate. Lasciarsi è una liberazione, gli ho strappato, fiera e amara.
E queste sono le ragioni di Luna, che sapientemente ho trascritto, perchè Luna è di poche parole, potrebbe non ripetersi ed io non posso correre il rischio di dimenticare la verità. Ecco, allora.
Ho già i miei genitori a cui pensare e tu sei un pensiero in più, per me. Non sono abituato a vivere in una relazione, ma ad essere single.Visto che al cinema non eravamo riusciti ad andare, abbiamo ammazzato il tempo e il nostro ultimo pomeriggio insieme, dando un'occhiata alla libreria dello spettacolo che fa parte dell'Anteo. L'ingresso è proprio accanto ai botteghini, quello con le maschere e le casse dove acquistare i biglietti per gli spettacoli.
Sei una che cambia in fretta tu, mentre io sono come di legno.
Seguo la mia vita tranquilla, sono così anche al lavoro, che mi faccio portare dal trantràn. Non vado a cercarmi le sfide.
La relazione con te mi avrebbe fatto piacere trovarla come si trova una casa già costruita, con le mura portanti già in piedi, dove ci sia solo da imbiancare.
Al contrario tra di noi c'è da tirare giù un muro e di costruirne di nuovi. Anche se forse la felicità non coincide col vivere il più tranquillo possibile, tuttavia può darsi che essere felice sia avere un sorriso pieno e sereno anche nelle tribolazioni, come adesso mi manca con te.
Un mio grande desiderio è la pace, che accanto a te non sempre riesco a sentire.
Ho cercato tra gli scaffali un libro da comprare a Luna, che fosse come un addio, una specie di commiato al nostro amore sordomuto. Andavo alla ricerca di Frammenti di un Discorso Amoroso di Roland Barthes, ma il caso sa quel che non saprò e mi ha guidato lo sguardo su un alternativa migliore Un Matrimonio Pacifico di Doris Lessing.
Il premio Nobel alla letteratura del 2007 ha scritto il libro che parla di Luna e del suo sogno di unione nella pace, che gli auguro. Tieni custodita l'immagine di quella pace segreta come le tue montagne di neve, silenziosa, come il guardiano di un tempio sacro, Luna.
Io non l'ho mai vista, perchè per un anno di vita insieme è rimasta serrata a doppia mandata nella cassaforte blindata della tua lingua aggrovigliata intorno ad un eterno chewingum alla menta. E vorrei sussurrarti, Luna, da lontano, una racommandazione. Ogni tanto controllerai le tasche, non è vero?...non rischiare di perderla mai, Luna, quella chiave.
domenica 28 ottobre 2007
L'amico
Essenziale è, in ogni caso, che la comunità umana venga qui definita, rispetto a quella animale, attraverso un convivere che non è definito dalla partecipazione ad una sostanza comune, ma da una condivisione puramente esistenziale e, per così dire, senza oggetto: l'amicizia, come con-sentimento del puro fatto di essere. Gli amici non condividono qualcosa (una nascita, una legge, un luogo, un gusto): essi sono condivisi dall'esperienza dell'amicizia. L'amicizia è la condivisione che precede ogni divisione, perchè ciò che ha da spartire è il fatto stesso di esistere, la vita stessa. Ed è questa spartizione senza oggetto, questo consentire originale che costituisce la politica.
Come questa sinestesia politica originaria sia divenuta nel corso del tempo il consenso a cui affidano oggi le loro sorti le democrazie nell'ultima, estrema e stremata fase della loro evoluzione, è, come si dice, un'altra storia, su cui vi lascio riflettere.
Giorgio Agamben, L'amico, Edizioni Nottetempo Roma 2007