Visualizzazione post con etichetta on the ladder of writing. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta on the ladder of writing. Mostra tutti i post

sabato 6 settembre 2008

A Christopher Mccandless

I can't stop thinking of you since Thursday night. Went by my own to watch Into the Wild. It wasn't a cinema, but a beautiful garden. A lightly clouded sky was above. And I could understand your pain, the love, what you've been healed from and what died with you, as you passed away. One year later, in August, something would awake in me, so that I could understand. And my date of birth is almost yours, just almost. Magic things happen like the bus, your tomb. Chris, be happy.

Non penso che a te da Giovedì notte. Sono andata da sola a vedere Into the Wild. Non ero al cinema, ma in un giardino bellissimo. Il cielo leggermente nuvoloso era alto. E potevo capire il tuo dolore, l'amore, quello da cui sei guarito. Quello che è morto con te, quando ti sei spento. Un anno dopo - era lo stesso mese della tua morte - qualcosa si è svegliato in me, perchè capissi. E la mia data di nascita è quasi la tua. Quasi. Accadono cose magiche, come quell'autobus in Alaska, la tua tomba. Chris, sii felice.

mercoledì 6 febbraio 2008

des-potes

- Lei ha una mente che tende a mettere in pratica, è una che pensa ora vado e aggiusto questo e quello, invece deve riflettere. La psicoterapia è una roba dove c'è da riflettere.
- E' strano, lei è la prima persona che mi dice una cosa simile.
- Dovrei esserne fiero?
- Non saprei. Sono ventinove anni che mi sento dire pensi troppo.
- Che c'entra, quello è rimuginare. Ad ogni modo lei dovrebbe arrivare qui in metropolitana, non avevano fatto la metro-tranvia fino a Piazza Gramsci?
- E' ancora in costruzione.
- Dovrebbe prenderla lo stesso.
- Mi trovo bene con l'autobus.
- Lei è una che pensa ai suoi sogni e cerca di interpretarli?
- Sono una introspettiva, ma ultimamemente ho evitato di fermarmi a pensare sulle cose quando sono da sola, cerco di farlo solo durante le sedute di psicoterapia.
- Ma così lei mette fretta alla nostra terapeuta. Mi dica cos'è che vuol fare, lei, un percorso di psicoterapia o una cosa d'urto, dove le dicono come comportarsi? Perchè se vuol fare una cosa d'urto allora le facciamo fare un'altra cosa.
- Del tipo?
- Come?
- Scelgo la psicoterapia. Ma vorrei sapere quali sono queste altre terapie d'urto di cui parla.
- Ci sono terapie comportamentali in cui un medico le dice cosa fare. Lei vuole essere una persona responsabile o vuole che qualcuno le dica cosa fare?
- La prima categoria. Mi pare improbabile che basti dire a qualcuno cosa fare perchè questo qualcuno lo faccia. Sarà che sono un insegnante.

Tornando a casa dalla clinica, pensavo che c'è un tratto della personalità del professor Orfeni che, oggi, mi è sembrato dispotico, una specie di approccio all'altro che definirei contrastivo. Ho pensato che si trattava dello stesso spirito di contraddizione a priori che aveva anche il mio ex inquilino e padrone di casa, Acen Zaio.
Mi sono detta che dispotico era proprio l'aggettivo che mi mancava, quello giusto per Acen Zaio.
Una volta a casa ho cercato su internet l'etimologia della parola dispotico e ho letto che in greco des-potes era la parola usata per designare proprio il padrone di casa. Si tratta di una coincidenza o di una tautologia?
Comunque stavo ancora viaggiando in autobus, quando mi è venuto in mente che lo zelo e una certa impazienza operativa a cui faceva riferimento Orfeni mi poteva venire da mio padre. Mio padre è specialmente impaziente. Di fronte ad un problema si tuffa in avanti come un ariete dando testate a caso, convinto di sapere esattamente quello che fa.
Uno che doveva essere stato veramente dispotico era mio nonno materno, il padre di mia madre. Non l'ho conosciuto ma nelle foto di lui che ho visto a casa, assomigliava incredibilmente ai ritratti di Mussolini. So che era una figura molto autoritaria e che mia madre ne aveva una paura tremenda perchè lui spesso la picchiava.
Sarà per questo che anche mia madre è diventata dispotica?
La risposta dovrà essere nel mio karma perchè quando sono arrivata a Piazza Gramsci pensavo già alle volte in cui sono stata dispostica anch'io.

mercoledì 28 novembre 2007

Scarecrow [terza parte]

Ecco, quel pomeriggio al parco credevo che tra di noi fosse fiorita una sintonia perfetta, atavica, Luna, assieme ad una comunicazione più profonda e fluida, nuova. L’antico vichingo aveva ritrovato la sua giovane apache, l’amore di sette vite.
Avevi gli occhi arrossati ed eri ancora commosso, poi ti sei offerto di lasciarmi la tua giacca di lana pesante prima d’andare, perché volevi che la indossassi per la notte, avrai qualcosa di mio, se avrai paura, dicevi.
Credevo che l’avessi detto perché avevi capito che quella notte sarei andata incontro ad uno dei miei scarecrow e volevi farmi sentire protetta. Declinando ho voluto mostrarti e a me stessa che in futuro non avresti dovuto farmi da padre.
Anch’io potevo essere una guerriera, e tenerti per mano sul sentiero che percorriamo insieme incontro alla vita, invece che sederti ancora in grembo, come una bambina.
Mentre tu eri via da Milano, a respirare in quel paradiso di campagna veneta, avrei affrontato da sola, e di notte, uno scarecrow che figura tra i miei più minacciosi.
L’avrei fatto quella notte, niente più attese, perché la malattia mi faceva sentire invincibile al sonno e alla paura, almeno finchè restavo al chiuso della mia piccola stanza verde e accogliente come un baccello.
Come le urne pregiate finiscono svilite dal turismo museale, anche l’epilogo di questa storia è stato diverso dal trionfo giallo-fucsia haringiano della mia immaginazione.
Al mattino successivo non ero vittoriosa di fronte ad una tribù di vichinghi e apache piumati. Non erano riuniti insieme fuori dalla finestra della mia stanza-baccello per la giusta celebrazione del mio coraggio di pipistrello.
C’era mia sorella invece, me la ricordo seduta sul bordo del mio letto bagnato d’urina - ricordo il suo volto apprensivo - e c’era il sorriso di Viromar che batteva una mano sul petto ritmicamente per me, per ricordarmi di tenere regolare il respiro e il battito del mio cuore provato dall’insonnia protratta.
Non c'era Luna, ma ricordo la sua voce al telefono che incomprensibilmente faceva riferimento alla nostra conversazione durata quattro ore lunghe come loop, diceva e poi che era come se avessi una gamba rotta da far curare.
Traeva la conclusione che dovessero portarmi al pronto soccorso al più presto.
La mia conclusione era che avesse tradito il nostro patto d’alleanza contro gli scarecrow. La storia della gamba rotta suonava come un bluff a buon mercato.
Giorni dopo Luna mi ha detto con nonchalance quel che aveva pensato a proposito del racconto su mio padre che avevo tirato fuori quel pomeriggio.
Sulla strada per l’eden veneto, allontanandosi dal parco e da me, aveva pensato che il ricordo di quelle lacrime in balcone non asciugate, poteva essere un ricordo pesante da portare con me.
Mi veniva da ridere, forse. Le parole di Luna erano appena state per me una seconda somministrazione di nonsense amaro che quel ragazzo che fin qui ho chiamato Le Pleiadi mi aveva rifilato due anni prima. E finalmente avevo capito la portata del mio fraintendimento, anche con Luna.
Winehouse like I cheated myself, like I knew I would.
Dopo, dentro di me era la monarchia del senso di disillusione dell’apache - abbandonata dopo la sconfitta – e nei giorni seguenti ho calpestato come un tappeto da bagno quel che era rimasto del legame tra me e Luna. Viva la nonchalance.
Ora è ora. La monarchia ha vita breve nel mio cervello-stomaco polifonico ed io domando al Luna-me che mi abita dentro Hai avuto paura?
Probabilmente aveva avuto paura già Le Pleiadi, della mia spada sguainata contro uno scarecrow piantato nella mia memoria, che ero decisa ad affrontare.
Mi chiedo se la parola affrontare sia tanto energica da proiettare l’ombra lunga d’un gesto d’evirazione.
Ma il misreading non sarebbe negli occhi del lettore-maschio-bianco-occidentale, in questo caso, più che un errore nella mia penna, se secondo il Thesaurus con affrontare io sto in un’ area semantica diversa e non è come se avessi scritto estirpare, sradicare, togliere, divellere, asportare, annientare, abolire, annullare, vincere, debellare.
Affrontare ha il sapore della battaglia, si faccia da parte chi non vuol vedere, perchè posso vivere senza la codardia di uno sguardo basso al mio fianco.
Come la scherma e le arti marziali sarà la mia battaglia, dove il nemico si guarda levisianamente negli occhi, per conoscere ed esorcizzare, perché chi guarda nel volto dell’altro, non uccide.
Per diventare un’adulta e guadagnare il posto di apache al banco dei capi tribù, perchè la donna sia tale finalmente e non resti prigioniera della bambina è necessario che la solitudine e l’abbandono non mi facciano più paura.

domenica 18 novembre 2007

Scarecrow [seconda parte]

La psicoterapia fa una cosa simile, mi pare, ed io, oltre che nel ruolo di paziente, ogni tanto mi avventuro in quello della terapista improvvisata, per usare quest'arte di neutralizzazione degli scarecrow a beneficio delle persone che amo.
Ma mi capita di fallire miserevolmente, perché la terapia è una magia alla pari dei sortilegi della strega africana Sicorax, ed ha bisogno di un apprendistato, che non ho fatto e impugno una bacchetta bizzosa, che a volte mi sfugge di mano. Quello che faccio mi si rivolta contro, quando succede.
Così è successo con quel ragazzo che ho chiamato Le Pleiadi e, tornando al racconto di quel pomeriggio con Luna, anche allora devo aver esagerato con i miei poteri di strega.
La magia che volevo far avverare lì al parco, non era roba da poco a dire la verità, perché aveva a che fare con la parola, che per le streghe della mia discendenza (abbiamo un legame antico con le nove muse) è nella rosa delle magie supreme.
Desideravo che Luna prendesse coscienza di certi nodi muti del suo linguaggio, che declinano cosi tanto del suo sè e del suo inerme far del male.
Allora, come un ricercatore devoto avevo preso tra le palme delle mani guantate il suo ricordo doloroso, riemerso, per metterlo in una barattolo sterile e l’avevo etichettato ricordo doloroso di Luna, numero 23.
Come le fattucchiere domestiche, poi, avevo sistemato, nella credenza accanto, una scatola di alluminio con dei decori di pini sul fronte. C’erano dentro delle foglie secche di menta tritate, che sarebbero servite da rimedio naturale quando il suo ricordo doloroso, come un male estirpato, gli facesse di nuovo male.
Al bisogno, era necessario masticare le foglie di menta dopo averle imbevute nell’acqua calda, come per farne una tisana. Sapevano di chewingum dopo la preparazione e il male si attenuava fino a scomparire del tutto, portato via dai fumi dell'aroma balsamico.
Luna non lo sa, ma dentro a quel barattolo c’era il ricordo che lo fa biascicare quando dice di si e di no e lo fa parlare come dentro di sè, come se fosse diretto al suo stomaco, invece che a chi lo sta ad ascoltare.
Luna non lo sa, ma il numero 23 è quel ricordo che gli fa mettere gli aggettivi sempre al posto sbagliato o glieli fa ripetere uguali, in situazioni che uguali non sono. Luna non sa nemmeno che in quel barattolo c’è il ricordo che gli impedisce di chiamare alcune cose col proprio vero nome.
Tutte le volte che Luna avrebbe detto di nuovo ammore avrei preparato per lui una tazza fumante e odorosa di menta e così lui avrebbe detto amore di nuovo con una sola m e tranquillo sarebbe stato l’aggettivo usato per il sonno di un bambino, non per un party di capodanno.
Con una tazza di menta, dopo averne masticato le foglie rinfrescanti, Luna non avrebbe definito il sesso scomodo, di nuovo, e avrebbe capito che suo Padre si chiama Matteo, solo Matteo. Cose così.
Che forse a Luna tutto sommato non gliene frega niente di sapere. Nè del fatto che io abbia trovato un rimedio per un suo malanno che, come un piccolo callo al tallone non gli da noia, e a lui, che non è certo un perfezionista, poco gli importa di volerlo curare.
Eppure perché facevo tante magie davanti ai suoi occhi distratti, tutto il giorno infilata dentro a quel laboratorio di chimico come un inventore zelante?
Desideravo che Luna mi accompagnasse nel percorso che ci conduce a conoscere il nostro sè. Volevo che si specchiasse nell’uomo che è, e che, riconoscendo la sua immagine di antico guerriero vichingo allo specchio, mi dicesse Dove lo mettiamo, amore mio, questo mio ricordo doloroso numero 5, perchè non sia più uno scarecrow che mi impedisce di declinare chiaramente il mio sè e l'amore nel presente, ma diventi un memento del passato, un monile nobile da portare come un talismano o da tenere sulla pelle come la cicatrice che testimonia una battaglia vinta?
Un giorno, sai, vorrei raccontarlo a chi saprà ascoltare, la storia di quella strana maschera che è appesa alle pareti del mio studio. E i figli che avremo, chissà se saranno curiosi come siamo stati noi, d’una storia ombrosa, alla Edgar Allan Poe, che mette timore, ma non avrà angoscia, perchè non ne è rimasta in noi, amore.

E ti avrei detto Luna, amore, lo metteremo dove vorrai, sopra la scrivania per esempio, nel tuo studio, accanto allo specchio forse, perchè pare una maschera africana, ed è come un altro del tuo volto ossuto, ha lo stesso sguardo michelangiolesco.
Il tuo ricordo darà identità al tuo sé e allo spazio che vivi, e saprà farlo meglio di quei fondi di birra di carta, polverosi e sbiaditi, che collezioni stancamente negli anni e che non mi sono mai davvero sembrati belli. Perchè ti piacciono, mi sapresti dire?

[End of part two]

scarecrow [prima parte]

Il pranzo di oggi è riso in brodo con formaggio, di secondo una buona bistecca e contorno di pomodorino e finocchio, the wine was red or nothing, like Ane Brun sings.
Giorno per giorno divento una cuoca più attenta e contenta perché ho un segreto, ed è che quando cucino risuona nella testa la voce di quella bambina immaginata, che non ho ancora avuto. Preparo il piatto più buono e odoroso possibile, di bei colori, per lei.
Luna pensa che a lei piacerebbe tutto.
Poco fa mentre il riso ribolliva nel brodo vegetale, stavo parlando al telefono con Gea, che è venuta a trovarmi in ospedale nei giorni passati e i suoi abbracci soffici mi hanno aiutata a sentire l’abbraccio di madre della vita, lattiginoso. La capisco ora, Gea, e capsico meglio la sua malattia, quanto la sua presenza in ospedale mi faceva sentire capita.
Vorrei dire ancora qualcosa a Luna in questa domenica troppo, troppo lunga. E' qualcosa che riguarda un fraintendimento che ci è capitato di recente e che a me era già capitato di vivere con un ragazzo che chiamerò Le Pleaiadi.
Quando il malinteso era capitato con Le Pleiadi, mi aveva meravigliato che potesse succedere una cosa così, tra un ragazzo e una ragazza che si vogliono bene. Adesso che il rapporto profondo che ho con Luna mi aveva fattto credere d'essere a prova di malinteso, mi ritrovo meravigliata ancora più profondamente, intontita dalla sorpresa.
Qualche giorno fa, al parco su cui si affaccia il retro di casa mia, Luna si è commosso profondamente, mentre gli raccontavo di un episodio della mia infanzia.
Quel pomeriggio d'umido sereno, il punto di divergenza tra la mia veduta e la sua, sulla fine della nostra storia, è rimasto preso come una zanzara dentro all’ambra, catturato dentro a quelle lacrime. Non c’è un domani per me e Luna insieme, questo si sa, come si saprà qual'è la mia visione delle cose, perché sono qui a scriverla.
E svelo ora che, ai miei occhi, Luna quel pomeriggio era triste per me solo apparentemente, ma la commozione più autentica era sua. Sentivo profondamente, mentre piangeva, che erano riaffiorati alla sua memoria momenti del suo vissuto, percorsi da quella stessa emozione.
Sull'isola de La Tempesta viveva - prima dell'approdo di Prospero - una strega africana capace di ogni sortilegio. La malattia mi rendeva poderosa come la strega shakespiariana quel pomeriggio, ed io stavo usando il mio racconto stregato come un mestolo per far emergere i suoi ricordi, rimestavo lentamente, amalgamando l'anima di Luna come una pozione densa.
E come, con un po’ di fortuna, da un sito archeologico si tirano fuori vecchie urne preziose, per ripulirle e riporle nelle teche di un museo, così, quel pomeriggio, io stavo scavando , coi guanti e il tocco lieve del ricercatore devoto, per dissotterrare i tesori funebri di Luna.
Le vecchie urne pregiate diventano comunemente asettiche nei musei e noiose allo sguardo dei visitatori perchè, ripulite dall’arcano che le aveva ammantate, restano nude. Il fascino che l’ignoto ritiene dentro di se, come un’ostrica la sua perla lucida, svanisce.
A dire la verità, che le vecchie urne pregiate vengano deflorate del loro potere magico a me dispiace, ma rendere innocuo uno scarecrow impalato da qualche parte dentro di me, perchè sia oggetto di riflessione e non resti a nutrire d’ansia e di malattia le cantine della mia immaginazione, quello mi andrebbe bene, proprio bene.

[end of part one]

giovedì 15 novembre 2007

Un vero Gourmet

Uno dei mie due inquilini rompe l'atmosfera di casa con i suoi musi di sfinge, impenetrabili. Lo chiamerò Caio. Caio è uno di quelli che credono infallibile il suo giudizio, nonchè il linguaggio non verbale che utilizza per esprimerlo.
Ad esempio può richiudere, sbattendolo, lo sportello del freezer, poi aggirarsi per casa con passo spedito, sistemando spasmodicamente nelle credenze quel che tira fuori via via dalle buste della spesa. Cose tipo kinder pinguì e bastoncini di pesce surgelati. Caio è un vero gourmet.
Ad ogni modo, quel martedì sera lì - cioè l'altro ieri - Caio entra dalla porta e dimentica di salutare il mio ospite, Pugsley, che intanto è seduto con me sul sofa a fumare lento una sigaretta. E quando dico lento, dico lento, perchè ci eravamo appena sorbiti lui cento ed io le mie ventisei gocce di EN quella sera, Pugsley ed io. Eravamo pacifici come porcellini dentro una casa di benzodiazepina.
Caio fa girare la chiave nella toppa - un fremito - apre la porta e finalmente spunta sulla soglia carico della sua spesa notturna, biascicando uno ciao, stitico. Non si presenta a Pugsley, che incontra per la prima volta, e inizia a disfare i sacchi della spesa, con una pantomima che lo fa sembrare Otello.
E' furibondo - le macchinazioni di Cassio l'hanno ormai convinto del tradimento di Desdemona (vedi Shakespeare "L'Otello" ndr) - e Caio, licantropizzato, si trasforma nel lupo che soffia sulle pareti della casa di benzodiazepina.
Ma che vorrà dire il lupo, esibendosi in una performance di iracondia così eloquente e tuttavia muta? Che ne so. Frugo stancamente nella testa per forumlare un'ipotesi. Avrà visto un batuffolo di pelo che rotolava in corridoio, accanto alla sua camera? Sarà che ho mischiato le forchette con i cucchiai nello sgocciolatore un'altra volta? Sarà la faccia quieta di Pugsley, che non gli piace?
Ma il nocciolo duro del problema lo focalizzo ed è questo: prima o poi qualcuno dovrà spiegare al lupo che un rimprovero o una richiesta espressa a gesti e sbuffi equivale in comunicazione ad un messaggio criptato e come tale resta incompreso. I'm sorry. Non prevenuto.
E' un problema suo, in fondo - mi dico - se il lupo risulta solo antipatico, e quando dico solo, dico solo. Mi dispiace però, che per altro i lupi sono anche una specie in estinzione e mi dispiace che la cattiveria non paghi e che la bontà paghi ancora meno, beh...quello mi dispiace di più.
Probabilmente il lupo finirà per mettermi alla porta come ha già minacciato di fare una volta. Come succede tutte le volte nelle fiabe, anche stavolta il manico del coltello è nelle mani unghiate di Caio, che lo userà, e a soccombere sono da che mondo è mondo i porcellini. Di fronte ad un potere che un tempo era forza fisica ed ora è economico e decisionale. E neanche la minaccia d'estinzione che incombe sui lupi finora ha saputo cambiare le cose.

sabato 10 novembre 2007

Un Matrimonio Pacifico

Metto come link al titolo un sito che illustra un convegno su sessualità e spiritualità, giusto perchè oggi questo convengo non ho trovato nessuno con cui andare a vederlo.
Ho tentato d'andare al cinema a vedere La Giusta Distanza invece, inseguendo un film che alla fine è sfuggito anche quello.
Il cinema Anteo è sempre troppo affollatto per me e Luna che arriviamo d'abitudine di fronte al botteghino a pochi minuti dall'inizio della proiezione del film.
Ma a qualcosa è servito, che la visione di un film che era interessante e avevo atteso, andasse a puttane. Ho potuto sentire finalmente le risposte di Luna, la sua voce che declinava le buone ragioni per cui secondo lui non vale più la pena di continuare a rincorrersi, verso un futuro di serenità che da lontano somiglia solo al fumo dei boschi incendiati di Capaci d'estate. Lasciarsi è una liberazione, gli ho strappato, fiera e amara.
E queste sono le ragioni di Luna, che sapientemente ho trascritto, perchè Luna è di poche parole, potrebbe non ripetersi ed io non posso correre il rischio di dimenticare la verità. Ecco, allora.

Ho già i miei genitori a cui pensare e tu sei un pensiero in più, per me. Non sono abituato a vivere in una relazione, ma ad essere single.
Sei una che cambia in fretta tu, mentre io sono come di legno.
Seguo la mia vita tranquilla, sono così anche al lavoro, che mi faccio portare dal trantràn. Non vado a cercarmi le sfide.
La relazione con te mi avrebbe fatto piacere trovarla come si trova una casa già costruita, con le mura portanti già in piedi, dove ci sia solo da imbiancare.
Al contrario tra di noi c'è da tirare giù un muro e di costruirne di nuovi. Anche se forse la felicità non coincide col vivere il più tranquillo possibile, tuttavia può darsi che essere felice sia avere un sorriso pieno e sereno anche nelle tribolazioni, come adesso mi manca con te.
Un mio grande desiderio è la pace, che accanto a te non sempre riesco a sentire.

Visto che al cinema non eravamo riusciti ad andare, abbiamo ammazzato il tempo e il nostro ultimo pomeriggio insieme, dando un'occhiata alla libreria dello spettacolo che fa parte dell'Anteo. L'ingresso è proprio accanto ai botteghini, quello con le maschere e le casse dove acquistare i biglietti per gli spettacoli.
Ho cercato tra gli scaffali un libro da comprare a Luna, che fosse come un addio, una specie di commiato al nostro amore sordomuto. Andavo alla ricerca di Frammenti di un Discorso Amoroso di Roland Barthes, ma il caso sa quel che non saprò e mi ha guidato lo sguardo su un alternativa migliore Un Matrimonio Pacifico di Doris Lessing.
Il premio Nobel alla letteratura del 2007 ha scritto il libro che parla di Luna e del suo sogno di unione nella pace, che gli auguro. Tieni custodita l'immagine di quella pace segreta come le tue montagne di neve, silenziosa, come il guardiano di un tempio sacro, Luna.
Io non l'ho mai vista, perchè per un anno di vita insieme è rimasta serrata a doppia mandata nella cassaforte blindata della tua lingua aggrovigliata intorno ad un eterno chewingum alla menta. E vorrei sussurrarti, Luna, da lontano, una racommandazione. Ogni tanto controllerai le tasche, non è vero?...non rischiare di perderla mai, Luna, quella chiave.

venerdì 10 agosto 2007

Agosto

Agosto (05-08-2007)

L’amica in una stanza d’amianto
poeta della città dove i rami di fico
crescono tra macchine sceniche arrugginite
chiedeva di scrivere cinque parole
agli abitanti di luglio
me e la sorella che ho ritrovato
nell’estate senza riposo,
ora che Gebel è l’altura, è stata la sola,
e Sisifo è donna, io, il difensore.

Lei le infradito azzurro sbiadito,
vecchi jeans come shorts
fumo nella veranda
e le sfilature ricadono sulle cosce,
brune dal sole.

Ho occhiaie marcate,
da quando lavoro al festival
accanto a chi rema sulle rapide della vita
con tenacia leonina
nelle tasche di Sisifo
se appartiene ad un altro
la roccia che monta l’altura audace.

Alle sue spalle come una vetta,
stanno il carisma ermafrodito
la disapprovazione per il compenso mancato
la fiamma labile sotto lo scirocco
di chi non vuol bene generosamente
e desidera un ritorno.

Ma le parole non sono dita
colano acquee da una sola mano
intanto che i passi raggiungono i lampioni
con un bikini rosso
legato da lacci sui fianchi
come un mistero l’umore secreto
ha lo stesso colore sanguigno
stanchi i capelli crespi e i muscoli sono farina
dei giorni fecondi e di sale.

Era lo scorso luglio quando Teodora
promise un’identità sicura dentro lo scrigno-corpo
e la seguii indietro, sui passi della ragazza
- indossava righe verdi - quattordici anni
e c’era chi le era sorella ancora.

Febbraio diede il terzo figlio, una femmina,
dietro le spalle aveva ali di un albatross
l’onta, l’arresto, le nozze osteggiate
erano la maledizione
simile al racconto del vecchio marinaio.

Era agosto di un talleur scollato a barca
moschino, nella chiesa tra i petali e il riso
come una madre lei era bianca,
col trucco disfatto
e il lutto che presentivo.

Col manico di una forchetta d’inverno
la nausea ed il pranzo nella mezzaluna
beige e la gola che raschiava acida
poi smisi, mi ero innamorata.

Le domeniche a tavola c’erano gorghi di solitudine
c’erano un secondo e il dessert
come le sere d’estate a Milano
rane che gracidano sulla Martesana
e il resto dei giorni il digiuno.

Il padre, Antonio, disse senza capire
il giorno che affacciati sul tetto della casa vicina
in disagio, stavo come oltraggiata
crebbe il ventre quando smisi,
come un’allegoria della madre mancata.

Mi aspettava oltre il chiostro di un ex-convento
una donna trascurata, portava i capelli corti
la madre col grembo rigonfio, quella di giochi e cure
entrambe erano rimaste indietro.

Raccontavo come il vecchio marinaio
la vita rimasta in attesa
l’astinenza e l’assenza, il divano svuotato
dai pomeriggi al collo di una bottiglia
appesa alle note di una brutta canzone.

Aveva bussato indolente alla porta umida
chi mi amava solo tra gli alberi
respiravo 1984, come sali da bagno,
disciolta la fiducia in un altrove politico
la terra pareva avesse una cicatrice quel giorno
sull’avambraccio destro, l’altra stava su un fianco.

Ma l’amica, il poeta, lei non ascolta ciò che è già finito
chiede dell’oggi come un anello da indossare
stasera in un salotto liberty, dimesso, ospitale.

E’ agosto di ferro e di vento
una donna infine e una chance
al paese che è in festa
abiti come un kimono indosso al poeta
la casa aveva il nome della notte di stelle
lei celebrava un finale, con la guepiere nera.

Ora i suoi versi raccontano
magistrali quanto un ricamo
sulle pagine di ruggine, un’identità sapida
carica come in sicilia, d’estate, i frutti del fico.

Gli amanti gemelli chiacchierano in segreto
in accappatoio, senza una fotografia,
un souvenir che il resto dei giorni
sostenga la resa accigliata sulle lenzuola
una volta, due volte le dissi
che di stelle l’altura di Sisifo ne accoglie una
e a lui, seduti al tavolo del primo appuntamento
con l’emozione riflessa dal vino
sulla punta delle dita.

C’era un tramonto sanguigno sulle colline,
decine di pale eoliche sullo skyline
lungo la strada per il mare
il giorno della lite.

E assomiglia alla madre coi capelli di lino
tuo padre, spirito affine che specchia l’incertezza
come abitanti della stessa isola
stiamo al riparo del rimprovero
per i sogni pavidi, che insegnare addolora
d’estate evapora l’autorità
come succo di limone greve
la notte di San Lorenzo per ogni stella
c’era in serbo il desiderio
che la digressione sia assunto.

E la città di ruggine festeggia nel vento,
il sole e i rifiuti paganamente,
Sisifo è una terra di mezzo
tra la comunità che viene e i fratelli di ferro
la ruggine da video-documentare
nel salotto di chi non governa
e serba la città nel cuore.

Le notti d’agosto finiscono al mattino
senza le stelle negli occhi, anni quanti i veli di maya
tace la notte di vino e aneddoti che raccontiamo
più di mille come Sheherazade.

giovedì 31 maggio 2007

porta genova

Non sono ancora le cinque del pomeriggio
quando inizio a scrivere una poesia
dedicata ai due davanti a me
seduti nella fila opposta, in metropolitana
ed ho bevuto una bottiglia di sauvignon,
a pranzo con un amico.

Me ne vado al rendez-vous
con una coppia di pittori mediocri
a cui farei da modella
per una decina di euro l'ora,
mentre si esercitano nel disegno dal vivo.

Sono quasi le cinque del poomeriggio
quando sul mio mp3 player passa la foule
di una che canta come se si straziasse l'anima,
Jean Cocteau diceva così di lei, pare.

Guardo ancora quella coppia
lui ha due orecchini al lobo destro,
mentre l'altro non lo vedo,
i capelli rasati e la sua fidanzata
con una gonna corta di cotone rosso
e le cosce bianche e glabre.

Quando scendiamo dal treno
mi dico beati quei due
e lui se la tiene contro
con le braccia grosse
mentre ballano sulle scale mobili,
all'uscita della metropolitana.

Arrivo a porta genova per l'appuntamento,
sono le cinque del pomeriggio
e penso che anch'io appena dopo pranzo,
ho ballato nella stanza da letto
un liscio con un amico, lo stesso
con cui ho diviso una bottiglia di vino.

Era già ieri che avevo in mente beati
quando vedo una che ha un fidanzato sudamericano
e lui le fa scivolare una mano sui fianchi
fino al sedere, per guidarla avanti
mentre cammina.

Avrò una mezzora d' anticipo
e aspetto il disegnatore dal vivo
che avrei dovuto incontrare,
seduta su uno dei blocchi di cemento
che qualche volta delimitano le corsie qui a Milano.

Mi scrive in un messaggio che
l'hanno trattenuto oggi, dove lavora come informatico.
Suppongo che non paga da vivere, fare i pittori mediocri.

Non sono più le cinque stasera
mentre torno a casa a piedi dalla stazione centrale
e les amant de paris couchent sur ma chanson
ma Milano non somiglia per niente a Parigi,
nè io alla tenacia d'un'icona francese.

Me ne torno a casa
pensando che non è una donna,
she's bigger than life indeed,
e ora guardo milano in balcone
mentre il cielo piove.

giovedì 24 maggio 2007

il naviglio della nostra città

Sul bordo del naviglio c'era una bambina assieme al padre, che le stava accarezzando un ginocchio, facendo un gesto come per scacciare un insetto che l'avesse appena punta sulle gambe.
Avrà avuto quattro o cinque anni e sembrava carina, ma non l'ho vista in viso, perchè teneva la testa chinata in avanti, per guardare la gamba su cui forse era stata punta, e aveva una frangia che le copriva tanta parte del viso, mentre era così china.
Pedalando in bici verso il ristorante, sentivo la tristezza scorrere quieta come quel naviglio, che è il più bello di Milano ed è un posto splendido da attraversare in bici. Erano già quasi le dieci ma non avevo ancora fame.
Anche tu li stavi guardando, stavi guardando la bambina, e poi hai guardato me, che ho sorriso appena, tenendo lo sguardo chino, perchè l'imbarazzo di incrociare i tuoi occhi era pesato più della voglia di condividere l'emozione in quel momento, e sarebbe andata avanti cosi, per il resto della sera.
Il padre doveva chiederle delle cose come ti ha punto qui?...fa male? perchè la vedevo annuire, mentre mi avvicinavo pedalando piano. Ho capito che dovevano essere stranieri solo dopo, quando passandogli accanto con la bici, finalmente potevo anche sentirli parlare.
Non ho riconosciuto la loro lingua, ma probabilmente erano turchi, a giudicare dal profilo del padre.
Abbiamo pedalato ancora fino al ristorante greco, senza parlarci fin quando mi hai chiesto a cosa stessi pensando, ma quelle che avevo in mente mi sembrava sarebbero suonate parole fuori luogo in una sera di addio, e ho scelto di non dire.
Del resto i pensieri mi morivano in bocca, non riuscivo a parlare.
Mentre non c'eri la tensione era stata orribile, come ortiche tra le lenzuola, ed ora l'emozione di averti accanto, dopo tanta attesa, mi aveva stordito e l’ostilità intessuta si stava sciogliendo in lacrime e lacrime, così tante che mi sembrava che avrei potuto continuato tutta sera, e poi ancora.
Ma mi era spiaciuto non averti risposto, ed ho tentato di riprendere la conversazione qualche istante dopo, anche tu eri emozionato però, mi sembrava, e di nuovo abbiamo lasciato cadere.
Così ho ripreso a guardare l’acqua del naviglio che modulava alla mia sinistra un paesaggio emotivo, come l’oceano di Solaris. Ogni increspatura e i raggruppamenti muschiosi di alghe sulla superfice dell’acqua declinavano la tristezza acquitrinosa della vita in una sera come quella, quando ormai è estate e il languore dell'aria umida pareva lì per noi, per propiziare la fine di una storia amore.
Sentivo che nonostante tutto ti amo e ti desidero ancora vicino. Nei lunghi silenzi di ieri sera facevo finta d’essere una strega e di saper trasformare la tua apprensione in voglia di amarmi, come volevo.
La mia magia cambiava le tue parole mentre le pronunciavi, trasformandole in quelle che desideravo potessi dire e poi, invece di hai freddo? avresti detto una cosa come vorrei fare l’amore.
E sai che avevo pensato? Che avendo una bambina piccolina come quella, poteva essere bello portarla mano nella mano a passeggiare in riva al naviglio, io e te, poi scacciare, dalle pieghe che le disegnino le gambe, una zanzara che le desse noia, tutto qui, come ora quella bambina e suo padre.

sabato 19 maggio 2007

un sordo e una cicala in balcone

Un volta dentro all'ufficio postale hai detto che ti sembravo distante e pure arrabbiata.
Forse lo ero, arrabbiata, e lo sono ancora.
Tanto che mi sveglio alle sette ancora incompiute di sabato mattina, quando potrei riposare, per dirti che me ne vado non da Milano, ma vado via da questa relazione, e da te.
Quando ti ho chiesto di non vedersi per qualche giorno, era perchè volevo capire di che cosa fosse frutto il senso di disagio che in quei giorni sentivo.
Non c'è una sola risposta, ma andarmene da te è una delle decisioni da prendere, da mesi, da quel primo giorno quando hai detto "sono vergine" e già sapevo che m'ero messa un'altra volta nei guai.
Mi dispiace, ma non riesco ad amarti per quello che sei, per questo me ne vado. L'arrabbiatura è irrazionale, e viene dal fatto che ho fallito tentando di cambiarti lungo questi mesi, con la dolcezza o la severità, dipende dai momenti.
Tu resti quello che sei. Sulla porta di casa ti chiedevo "non baciarmi su una guancia, mi sembra d'essere una cugina, baciami sulla bocca, per favore".
Ma non succede, che tu mi baci sulla bocca, sulla porta, quando arrivi, nè altrove.
A meno che non ti butti le braccia al collo, e non sia io a prenderti, abbracciarti, coccolarti per prima, fino a vincere il tuo distacco nei miei confronti.
Se sentirmi distante basta a farti piangere, per capire perchè scelgo d'andarmene, ti basterà pensare che mi strangola il cuore un disagio simile, quando mi sei accanto e non c'è una carezza, nè la voglia di avermi traspare da un gesto, nè dalle parole.
Ti lascio amandoti, perchè non riesco a vedere un futuro, in un amore che non ha passione, ma lo tengono in piedi solo l'affetto, e la comprensione vicendevole.
Tua madre dice che sono una che gli piacciono le coccole, vero.
E da quando ti conosco lo sono in modo più evidente, perchè mi sono messa a coccolare per due e a desiderare per due, un bacio, come una tua mano che mi accarezzi i seni, cose che restano nella mia immaginazione il più delle volte, in questo volersi bene fraterno e sterile.
E l'amore a letto lo trovi "solo scomodo" mi dici, non conoscendo il veleno che sono le tue parole distratte, sulle speranze, mie, di avere un giorno una vita d'amore normale insieme.
Ho tirato fuori tutte le magie che conosco, tutte quelle nel mio cappello, e la terapia di coppia era come un colpo di scena, in un gran finale.
Tu intanto te ne sei rimasto a guardare il fumo bianco che alzavo in scena, come uno spettatore seduto in platea, un pò incredulo, un pò disinteressato, come di fronte al desiderio e al piacere miei, quando siamo soli insieme.
Già...che te ne fai del mio ardore? Che se ne fa un sordo di una cicala in balcone?
Sono amara, perchè sento che non hai conosciuto e capito, non il mio dolore, che i dolori tu li sai sempre capire, ma il desiderio di noi vicini, che è diventato struggente, per non essere fiorito.
Hai detto in terapia che continuerai questo percorso rivolgendoti ad una persona di cui ti fidi. Temevo di aver capito a cosa ti riferivi. Fuori ti ho chiesto di spiegarmi di che si trattasse e hai risposto che di tanto in tanto - parlavi di vederlo una volta ogni tre mesi - avresti fatto due chiacchiere col tuo amico don giulio.
Se non fosse che conosco troppo bene il tuo candore, penserei che mi stavi prendendo per il culo.
E' ridicolo che tu pensi, chiacchierando un paio di volte l'anno col tuo amico don giulio, di risolvere la tua difficoltà nell'esprimere desideri e pulsioni sessuali, che si è cronicizzata nei quarantaquattro anni in cui pazientemente hai imbavagliato il soffio di ogni "pensiero impuro" che passasse a solleticarti l'animo tra le lenzuola.
E sono ridicola anch'io, che ancora desidero che tu possa essere diverso da come sei, un uomo, invece che un mezzo santo, che sulla porta mi baci come un uomo, non come un frate, che a letto sia com'è un uomo.
Dici di volere una famiglia, ma detto da te, suona un desiderio esotico, come di uno che di tanto in tanto sogni di lasciare la quotidianità in cui è calato, per vivere su un atollo da qualche parte solo in mezzo ad un oceano.
Questo desiderio esotico appartiene a mio padre, che infatti vive da sempre a trentacinque chilometri dal posto in cui è nato, e non se ne andrà. Ma è sintomatico, vero? Che una donna con un padre che ha fantasie d'eremitaggio, si innamori disperatamente di un uomo come te.
Non dirò altro che farei confusione, e spenderei troppe parole, mentre ne ho già dette tante in eccesso in questi mesi.
Ora che la curva delle occhiaie, allo specchio, si è allungata oltre gli zigomi, e riga le guance, ho voglia soltanto di fare colazione con un porridge tiepido, al miele.
Poi tornerò a dormire e curarmi come da una malattia, dall'amaro di questa resa battuta al computer.
E' la fine di un amore.

martedì 15 maggio 2007

amargo como ni siquiera veneno

Dire che non mi sento bene ultimamente, sarebbe fermarsi ad un passo prima di arrivare al vero.

La cuffietta sinistra dell'ipod s'è rotta ed ho smesso d'ascoltare musica se non a casa, quasi per protesta. Contro chi poi non lo so ancora, se non me stessa.

Sopporto solo il suono mortifero dell'organo sulla voce di Nico, niente più musica nuova, che fino a due settimane fa, scaricavo o ascoltavo avidamente su last.fm.

Ho mangiato oggi come se qualcuno mi avesse fato un'incantesimo e non avevo il potere di fermarmi dall'addentare qual pane azimo, di cui ho mandato giù tre fette, poi la cioccolata calda e un cilindro di biscotti, appena comprati al panificio e, oltre la porta di casa, già quasi finiti.

Ci penso e mi sento come un cassonetto dei rifiuti, non quello differenziato però, che ha ancora un futuro e speranza di servire a qualcosa, anche se con un altro aspetto e un nuovo nome.

Il mio ragazzo mi scrive adesso "Sei sempre di cattivo umore?". Ma mi chiedo che senso avrebbe dire di si, o dire di no, in un sms. Non mi vorrei incasinare in spiegazioni sterili, che non fanno bene all'amore e alla comprensione.

Allora gli scrivo che "finchè non sto meglio, vorrei che non ci vedessimo, perchè ho bisogno di riordinare la testa, e so d'essere indelicata a scriverlo per telefono, ma mi pare lo stesso di doverlo fare ora..."

E porto su in cima a quella salita da fare, una roccia più grande di me, col sudore e la sensazione di non saperci arrivare.

Una volta mi faccio male alla testa, mi pare d'impazzire, una volta mangio da stare male per zittire la disperazione, un'altra mi viene l'influenza, o la cistite emorraggica, o torna l'infezione del fungo della candida, a cui piace da quando sono adolescente potermi abitare.

Ma più o meno stanca e ammalata, ce la faccio ogni volta, e arrivo fino in cima spingendo davanti ai miei passi quella roccia che ha un diametro ingiusto per la forza dei muscoli che ho nelle braccia.

Arrivo lassù e, ogni volta, il masso infedele che ho portato in cima torna a scivolare dall'altezza di nuovo giù in pianura, ed è tempo per me di tornare giù e ricominciare a salire, non è previsto che ci si riposi qui, è sempre ora d'andare, perchè la roccia non stia mai sotto nè in cima all'altura.

"A milan se sta mai coi man in man" cantano questi cittadini assurdi e ammallati di depressione, e cantano il vero. Ne vanno fieri, mentre a me sembrano tanti criceti a correre in circoli dentro le gabbie, come la mia amica Gea che mi chiamava solo ogni due anni, ed ora al telefono mi fa che le restano 11 anni di vita, ha un tumore al midollo spinale.

Cosa devo dire, ad una che dopo la profondità di sentimenti di noi adolescenti, nel tempo è diventata quasi una estranea, per cui la carriera e uno status sociale, hanno
preso a contare progressivamente di più degli affetti profondi, dell'amicizia, persino di quelli familiari.

Che dire a Bio, se sento che la nostra relazione è una roba per intrattenersi a cena, e mi pare che si sia accesa di profondità solo a volte.

Come nel weekend in Veneto insieme, in cui a farci innamorare sono stati il silenzio e la condivisione di un letto a due piazze, trascorrere il pomeriggio di Pasqua stesi sull'erba a sentire il divino del sole sulla pelle e ascoltare i suoni degli insetti tra le foglie degli alberi da frutto dell'orto davanti casa.

Che siamo rimasti insieme finora solo perchè ho fatto il diavolo a quattro perchè facessimo l'amore, trascinandoci in terapia di coppia e ingegnandomi per accendere un ardore che è nato spento, sotto una coltre di pregiudizi religiosi inghiottiti come una piccola, senza masticare.

Non ti toccare, non masturbarti, non fare l'amore se non per procreare.

Mi fa schifo questa chiesa cattolica che genera aridità dove potrebbe esserci amore, che manifesta per mettere fuori legge i gay, che hanno la colpa d'amarsi e voler stare insieme.

Cristo stava coi perseguitati, Ratzinger coi perseguitatori, e il mio ragazzo usa la foto di Prosperini come avatar del suo account messenger, facendomi venire il male di vivere, il male d'amare.

Ma quando cavolo è cominciata questa discesa agli inferi. Dopo che i miei sono andati via, mi pare, dopo che di nuovo è crollato il sogno di poter star bene dove sto, nella relazione algida del presente, dopo che è svanita anche l'idea profumata di fresie di potermene andare da questa Milano già da settembre, tornare a respirare.

Non c'è possibilità per me di riuscire a lavorare l'anno prossimo a Siena, servirebbe ro le scuole di specializzazione.

E ormai all'idea di dover fare questo mestiere, mi ci sono arresa, non ho i coglioni per trovarmi un lavoro attinente al mio curriculum vitae, al mio master che per l'impegno economico e lo stress affrontato, quasi mi costava la salute mentale.

A settembre mi iscriverò ai corsi per iniziare ad omologare il mio percorso formativo a quello di un'insegnante che questo mestiere non lo faccia per non annoiarsi, ma perchè ha altro da pagarsi da vivere, e le risorse per ritargliarsi un possibile altrove, ora che la paura della malattia l'ha resa una codarda, non le sa trovare.

La determinazione di perdere due kg prima dell'estate, anche quella sembra volata via ora, che da tre giorni mangio male ed è tornata dormiente la lucidità degli ultimi mesi, - di febbraio, marzo e aprile - che mi faceva fermare un attimo prima di aprire la credenza, per prendere in mano la penna e mettermi a piangere, quieta, nello scrivere.

Si sbagliano quelli che leggono la tristezza esistenziale dei miei post come un segno di malessere. Scrivevo di robe tristi, settimane fa, ma avevo la pace nel cuore, mi esprimevo compiutamente, sapevo vivere nei miei panni e guardare il passaggio vorticoso dei miei pensieri senza lasciarmi intossicare.

Ora sono intossicata invece, ora che sono arrabbiata, amarreggiata, sconfitta, confusa, che non ho voglia di fare, di amare e di sperare. Intossicata dalla cioccolata e dai silenzi, dall'overdose di zuccheri complessi nei carboidrati che ho mandato giù oggi come fossero una maledizione.

Sono stanca della leggerezza bionda di Pauline, che da qualche giorno evito, perchè sono come arrabbiata con lei, che tra due settimane se ne tornerà nei Paesi Bassi, mentre io resterò da sola in questa casa del cazzo ancora un altro mese.

Ma forse no. Finirà che me ne vado anch'io, il 30 giugno come lei, e altro che cercare lavoro qui e menate. Me ne voglio solo tornare a casa, che sono stanca pure di chiudere a chiave la porta e me ne frego se è una citàà pericolosa quella in cui mi tocca vivere.

Suono orribile, lo so, così è, quando la luna mi gira male.

sabato 5 maggio 2007

illuminazioni

Quella della prima comunione di Maru è stata una giornata speciale, sapeva di completezza. Era stata thought provoking l'omelia del prete e l'avevo ascoltato con interesse mentre tenevo per una mano bio e faby per l'altra.

Non mi sentivo fuori posto nonostante l'ortodossia nella religione cattolica mi sembri pericolosa e mi fa diffidare.

L'indomani mi sono svegliata pensando che avere i miei familiari intorno mi mette ordine nella testa, come se i contorni della mia identità si definissero, nitidi.

Sedevo al tavolo della festa - al ristorante di Novate dove mia sorella aveva prenotato per il pranzo dopo la celebrazione - con un languore poggiato sulle palbebre, che modulava le pause della conversazione ed ero così affettuosa con bio quel giorno della prima comunione di mia nipote.

Lo baciavo spesso o lo prendevo per mano, perchè mi era mancato mentre era in Veneto, questa è la prima volta che è stato via quattro giorni avevo detto a mia sorella maggiore, ma lei aveva risposto sorridendo che ero appiccicosa, e aveva ragione, perchè mi tenevo a lui come uno scimpanzè afferrato al ramo e non lo sapevo evitare.

Poi nelle lenzuola tra cui sono ritornata stamattina dopo colazione, è passato in mente un pensiero come una nuvola che si muova svelta e sia diretta altrove. Era un pensiero che echeggiava una frase di Lewis, che mi aveva fatto commuovere tra te e l'amore c'è una distanza che senti di dover colmare.
Mi viene da dover amare per due, se uno legge il giornale, mi tiene a distanza...e mentre lo scrivo i ricordi di mio padre e mia madre mi inciampano i pensieri, non so più cosa volevo dire.

Mio padre è un uomo mite, mi ha detto bio, io penso che abbia ragione, come penso che non mi faceva sentire amata quest'uomo che non parla abbastanza, perchè sceglie di non condividere emozioni e pareri.

Dopo pranzo si spostava lento dalla cucina dove noi chiacchieravamo animate, per andarsene da solo di là in soggiorno a leggere un quotidiano e sonnecchiare, dentro al suo guscio come una lumaca nera che scivoli sul terreno umido dopo la pioggia, senza fare rumore.

So che mi ama profondamente, ne sono certa anche di bio, ma stamattina l'illuminazione su una nuvola di passaggio mi ha sussurrato in un orecchio che non dovrei sentirmi in colpa per volere di più da una relazione.

Perchè c'è un amore che non passa, che non si sente come l'affetto ridondante di Jamie in Shortbus che "si ferma sulla pelle e non riesce ad entrare", e somiglia tanto all'amore che mi dai, ed ora mi viene in mente che mio padre non mi ha abbracciata forse mai, tenuta stretta voglio dire.

C'è un'immagine che conservo in mente, di me quando gli gettavo le braccia al collo per farmi stringere e lui mi faceva il solletico perchè lo lasciassi andare. Mi sentivo respinta.

Ed ora, mentre cat power mi fa l'amore con quella voce, come una donna, con devozione e come gli uomini spesso non lo sanno fare, mi chiedo se la scelta d'amare bio possa venire dalla voglia di imparare a sentirmi amata anche senza essere sommersa sotto un mucchio di coccole, come facevano con me mia sorella e mia madre.

Al contrario dell'asciutto che era relazionarsi con nostro padre, tra di noi donne in casa, quelle c'erano più del necessario e pareva che se per un momento si fossero interrotte, l'affetto che ci legava dovesse naufragare, ed erano dettate dall'ansia, più che dall'amore, come le mie nei confronti di bio il giorno della prima comunione.

Forse vorrei poter insegnare a bio ad amare anche ad alta voce, mentre da lui imparerei volentieri l'amare sotto voce senza dovermi sentire in difetto, come mi è capitato di sentirmi in difetto nei confronti di mia sorella qualche settimana fa, pensando di non esserle stata abbastanza vicina, da quando col marito c'è stata una separazione definitiva.

Casa aveva le ombre e i contorni spigolosi de il gabinetto del dottor caligari, dove un atteggiamento conviveva litigiosamente col suo contrario, come se mio padre fosse la malattia di cui mia madre era la cura, e mia madre la malattia di cui è cura mio padre.
Da bambina li guardavo ed erano come in uno specchio rovesciato, uno accanto all'altra in bilico come equilibristi sugli spazi vuoti che mia madre voleva, e non sapeva, riempire.

Lei che è cresciuta in una famiglia in cui erano in nove, un gineceo di donne che l'amavano e di cui lei era la più piccola, a cui si dava tanto, chiedendo in cambio poco. Ma come ha fatto ad innamorarsi di un'uomo così, una donna come lei? Non lo saprei dire.

Quando stavano per separarsi - io ero alle medie - non capivo che ci facevano insieme e non mi dava pace, con la stessa intensità con cui oggi, che sono quasi trentenne, non so trovare pace in una relazione.

La dottoressa Cassano ha spostato la seduta di questa settimana e l'effetto si sente delle emozioni che non trovano un approdo in cui attraccare.
Sono qui che annaspo nel desiderio di un dialogo che non so articolare se non di fronte ad un volto di donna amico, troppe emozioni non dette in circolo e sto scrivendo male.

domenica 15 aprile 2007

bento sushibar

domenica pigra che neanche un ameba, mio malgrado. Il giro in fiera del commercio equo e Still Life da vedere al cinema sono saltati, perchè in entrambi i casi ci siamo dati una mossa tardi rispetto agli orari.

E allora il racconto di questa domenica, mettendo tutto insieme, sta sul palmo della mano. In piedi a mezzogiorno, dopo colazione e una doccia rapida ho pedalato per andare a pranzo da Matthew & Joan, pasticcio di polenta e salmone al forno nel menu.

Al pomeriggio, mentre leggiucchiavo il corriere, Bio ed io ce ne stavamo a scambiarci carezze distratte, stesi sul divano e si è guardata in TV la corsa ciclistica, la Paris- Roubaix, fino alla vittoria dell'australiano.

Poi giro in bici, fino in fiera del fair trade, si era deciso, ma chiudeva in anticipo rispetto alle nostre previsioni, e ai ritmi lenti della domenica pure.

Pedalando lungo la ciclabile che corre accanto al naviglio, abbiamo raggiunto il centro per un gelato che Bio ha mangiato da solo, perchè non avevo voglia, alle prese com'ero, ancora, con il tentativo di mandar giù la cena di Nimah della sera prima.

Nimah è vegetariana, dunque si era mangiato sano, verdure crude, legumi, houmous, ancora verdure miste al forno e una pastry vegetale, ma devo aver esagerato con le quantità, perchè ci sono stata male oggi e da ieri sera, al ritorno a Milano.

Abbiamo posteggiato le bici in porta Garibaldi per un happy hour veloce prima del cine e più degli altri ci è piaciuto il sushi-place, Bentobar, dove infine siamo entrati perchè verdure miste, riso, pesce crudi e un drink, per 8 euro non sembrava niente male.

Era un buono aperitivo infatti, se non fosse che a servirci i drink ci hanno messo una vita e il film in Anteo era già iniziato da un pezzo quando siamo usciti.

Peccato, perchè era già saltata la fiera, e ora - pensavo - se ne volava via anche la seconda chance di dare alla giornata un sapore intenso, riempirla con un ricordo che fosse speciale. Se ne è parlato.

Passeggiando lungo corso Como, dopo la cena, ho avuto la sensazione d'aver detto troppo in quelle ultime ore e senza le pause della cui importanza nella comunicazione la dottoressa Copa mi aveva convinta, menzionandole a proposito di una lezione in classe, ma non solo.

Mi ha riaccompagnata a casa in bici e sotto al portone, prima d'andare, Bio ha detto che non la pensava così e gli era sembrata ugualmente una domenica da ricordare.

martedì 3 aprile 2007

Il mestiere di Marie Antoinette

Mia sorella e madre supplente - che quella di ruolo aveva altro per la testa, sempre - s'è ritrovata incinta, ventenne. Da poco ero adolescente e avevo in cantina roba infiammabile, messa da parte masticando conflitti come chewing gum sul divano-letto di casa, nei pomeriggi di noia

Poca roba di fronte alle stragi da suicidi eroici del terrorismo, ma è stata la mia tragedia segreta, come un lutto, la fine improvvisa di un rapporto che era il solo, e di una serenità che era già labile in casa da quando, undicenne, inizio a ricordare.

Da quei giorni in cui sono inciampata per le prime volte nei disturbi alimentari, indosso sopra ai vestiti come un grembiule, un aspetto insolito, "sei incinta?", mi chiedono, perchè ho maturato un sovrappeso singolare, accovacciato testardo sul mio ventre, mentre il resto del corpo resta neutrale.

E da quei giorni brandisco il sovrappeso come un'apologia buona per giustificare i fallimenti nelle relazioni, come nei rapporti sociali. Se qualcosa non funziona l'aspetto goffo è l'handicap su cui scaricare la responsabilità di ciò che non so fare, come trovarmi un lavoro che mi piaccia davvero e stare da sola, serena, quando a tenermi compagnia non ci sia una relazione banalmente felice.

Che pantomima buffa ho inscenato, camuffandomi da madre e chissà se cercavo di dirmi qualcosa, o più probabilmente di dirlo a qualcuno che mi stava intorno, e non voleva saperne di ascoltare. Sunti noiosi di psicoterapie rabattate, che racconto a me stessa o da un paio d'anni ad un terapista che mio malgrado continua a cambiare.

Così è cominciata tanta parte di una storia di donna mancata, che si aggomitola dentro a rapporti marsupiali. Questa storia, di effe e mia, sembra un romanzo di formazione, dove il mio compagno è un genitore premuroso. Dentro al bozzolo di placenta in cui mi tiene custodita posso affinare la maturità e la femminilità incerta, mentre già sogno di come sarà quando, falena compiuta, potrò venir fuori dal guscio di calcare per volare al buio di notte, senza tremare.

Le cose stanno cambiando ora, che sono in cura da una dietologa con un nome speciale. Sto perdendo peso lentamente e in modo sano sto rieducandomi al cibo come piacere e non come dolore. Quando mi sentivo miserabile, mangiare troppo e male, da avere i crampi allo stomaco per giorni avvenire, era un abitudine fin da quando mia sorella incinta se n'è andata da casa, anche se nella routine si alternavano picchi di intensità a momenti di pace.

venerdì 2 febbraio 2007

un'erba medicinale

Giovedì [che non era che ieri] in visita da Anna, si è sciolto un nodo in gola che le incomprensioni cronicizzate avevano piantato lì, stabile. Relazionandomi con te, il non capirsi mi aveva reso amara nelle ultime settimane, mentre i sentimenti facili, ora sono diventati ritrosi.

Perchè ho scavato fondamenta alte sotto al mio rifugio, e l'ho coperto con teloni in cerata impermeabile per ripararmi dai tuoi sguardi acquosi. E così, in quel corridoio scoperto, fuori da me e dagli spazi di noi due, dove non siamo entrati, ora c'è una palafitta, che abito da sola.

Anna ha detto che vorrei avere una vita affettiva piena e la lettura chiara del suono imbavagliato della mia voce, nella copia di lacrime...mi ha dato conforto. "Vorresti avere una vita affettiva piena, ma è un desiderio inappagato, che ti fa piangere un pò..." ha detto.

E sembrava che il diritto di dire "non sono felice" l'avesse avvicinato finalmente alle mia dita, inquiete dentro agli anelli d'argento, benefica come una tazza di te caldo e miele, quando la gola ti fa male.

mercoledì 31 gennaio 2007

tardo pomeriggio

Puntuale arriva la giornata di malumore selvatico, in un tardo pomeriggio come questo, che mi fa male il ginocchio e sono a casa da sola perchè le inquiline sono entrambe andate via...mi piacerebbe dire, "perchè non vieni da me a vedere un film?"

E le carinerie ormai mi muoiono in bocca, o forse prima...già nel cuore, perchè non attecchiscono, se quando dico "sarebbe bello poter dormire insieme, ogni tanto..." mi guardi con gli occhi sbiaditi. Non mi riesce di dedicarmi alla pila di scartoffie che aspettano sulla scrivania, e nella testa...mi sento esausta, perchè ho dormito poco, e sto per avere il ciclo.

Un articolo sulla repubblica di oggi, spiegava i meccanismi del "rimandare a domani" o non si ha fiducia nel buon esito di ciò che dovresti star facendo adesso, o solo i piaceri immediati che la tecnologia ti mette a portata di mano, non li sai resistere.

E così è, forse un cocktail delle due. Controllo le email, bloggo senza troppa ispirazione...e ho fatto fuori 4 fette di pane e nutella, tanto per confermare la solita vecchia equazione che la cioccolata fa da psicofarmaco placebo quando stai male...salvo il senso di colpa del post stomaco pieno.

domenica 28 gennaio 2007

milano-bologna

Affondo il naso nel tuo maglione
di lana azzurra, mentre dormi
e la pianura scorre monotonale
verde, e sto ascoltando
una musica strumentale,
dove chitarra elettrica
e piano si scambiano note
sobrie e brillanti
come le pagine
di un racconto contemporaneo.

Durutti Column. Dormi tu,
su un treno, in viaggio
fino a Bologna.
Ed io appoggio la testa
sul tuo braccio di uomo
pensando che, se potessi,
dormirei le mie notti, tutte,
con te accanto...e mi sveglierei felice.

La sveglia del telefono suona
mentre ti cerchi in tasca
per pigiare okay e poterlo zittire
non scriverò più
hai gli occhi aperti ora.

giovedì 18 gennaio 2007

Restyling

Abbiamo due modi divergenti di vivere l'amore,
io e te..."Ti stai riorganizzando"
Serena dice, ma sai
anch'io, faccio la stessa cosa

Dopo aver battuto la testa per quattro mesi,
come un ariete, da settembre.
Sempre contro le stesse porte chiuse,
delle stanze che non apri

Ora anch'io modello da capo
Il significato che dò alle parole
"vita di coppia"
che ha altre sfumature ora,
una forma nuova...

mercoledì 17 gennaio 2007

Shardeloes road

Come le foglie larghe dei bagolari
che in autunno hanno i rami spogli,
portami che non me ne curo.

E' il vento, lo so
perchè l'osservavo
dai vetri sporchi del soggiorno
del flat a a Shardeloes road
dove vivevo,
coi pavimenti senza moquette.

E le aspettative
quelle le ho sganciate
tagliandone le corde,
mentre tu stavi per arrivare.