L'utero ha la forma di un cuneo, un'ancora sottosopra. Il mio è retroflesso come quello di mia madre e della maggiore tra le mie sorelle, Bianca. La testa del cuneo è rivolta verso la schiena, al momento del concepimento si sposterà in avanti, verso il ventre, consentendo una gravidanza normale.
Di tre figlie femmine due di noi sono nate con l'utero retroflesso, una non ce l'ha. La ricombinazione casuale di molecole di DNA è una copia del processo di genesi dell'universo? E' per questo che mi sento parte di un tutto riconducibile ad una unità, che è sempre plurale?
Non ho mai avuto una bussola, come una formica nata senza un'antenna, o forse dovrei dire che ho poca fiducia nel fatto che quello che sono possa essere un bene.
Di recente mi sono vendicata di chi mi dice che non so scrivere, sapeva di farmi del male e ho risposto per le rime. E' uguale a chi dice Tu non sai vivere, come se ci fosse un modo solo di poterlo fare, e come se lo conoscesse, quando è un bluff tutte le volte.
Gli dei hanno lasciato spazio alle malattie e alle mie parole. Vorrei dirle Ama i poeti morti e anche me, che morirò, ma arriva un momento in cui uno si arrende e ascolta i consigli di un dottore. Perchè bussare contro una porta chiusa a doppia giro di chiave?
Che ingiustizia che quella porta rimanga chiusa, uno pensa, e se ne va con la sensazione che il mondo non funzioni bene.
In che senso Melanie Klein e la sua teoria della posizione depressiva al 4-5 mese di vita mi può spiegare quello che sto vivendo? Il male e il bene, allora, erano i seni di mia madre, lei dice. Uno dei due mi perseguitava, l'altro mi dava piacere. Mi dico che forse uno dei due prevaleva sull'altro, sarà per questo che sono cresciuta asimmetrica.
Qual'era il seno di mia madre che mi perseguitava? Era il destro?
Il mio seno destro è il più grande, il braccio destro è quello che si è rotto in un incidente stradale e sul polso ho ancora una cicatrice. Eppure la mano destra scrive, mi tira fuori dalla confusione, perchè dentro al male è custodito il bene, e dentro al cuore della malattia c'è l'antidoto che le dà ragione di essere dove si trova.
Da qualche mese, ogni tanto la palpebra destra è instabile, trema. Da qualche giorno l'avambraccio destro, la nuca e la spalla sono indolenziti. Ci sarà qualcosa che non va col mio emisfero destro, mi dico, forse un nervo teso. Ma che cosa significa il dolore?
Dovrei credere che il mio emisfero destro soffre per qualcosa che ha paura di vedere, di vivere, di scrivere o di poter fare?
E' possibile che abbia paura del mio emisfero destro come ne avevo del seno destro di mia madre, come mia madre teme la sua stessa creatività, che la perseguita.
E' possibile che sia per questo che essere creativa, scrivendo, mi costa tanta fatica. Avanzo come su una pianura sabbiosa dove non ci sono impronte, davanti a me, che siano simili alle mie. Le lacrime delle donne nate prima di me, nella mia memoria , piangono ancora.
L'emisfero destro è quello creativo, quello che dice "se" mentre l'altro dice "si" o "no". Dentro al mio sè c'è una paura atavica, che ho ereditato dalla cultura patriarcale che governa la Sicilia, da mia nonna materna e da mia madre, una paura delle botte paterne, di mancata comprensione da parte dell'uomo.
Le paure delle madri e dei padri, le figlie le ereditano, rimescolate in combinazioni sempre diverse, esattamente come il patrimonio genetico.
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sabato 16 febbraio 2008
mercoledì 6 febbraio 2008
des-potes
- Lei ha una mente che tende a mettere in pratica, è una che pensa ora vado e aggiusto questo e quello, invece deve riflettere. La psicoterapia è una roba dove c'è da riflettere.
- E' strano, lei è la prima persona che mi dice una cosa simile.
- Dovrei esserne fiero?
- Non saprei. Sono ventinove anni che mi sento dire pensi troppo.
- Che c'entra, quello è rimuginare. Ad ogni modo lei dovrebbe arrivare qui in metropolitana, non avevano fatto la metro-tranvia fino a Piazza Gramsci?
- E' ancora in costruzione.
- Dovrebbe prenderla lo stesso.
- Mi trovo bene con l'autobus.
- Lei è una che pensa ai suoi sogni e cerca di interpretarli?
- Sono una introspettiva, ma ultimamemente ho evitato di fermarmi a pensare sulle cose quando sono da sola, cerco di farlo solo durante le sedute di psicoterapia.
- Ma così lei mette fretta alla nostra terapeuta. Mi dica cos'è che vuol fare, lei, un percorso di psicoterapia o una cosa d'urto, dove le dicono come comportarsi? Perchè se vuol fare una cosa d'urto allora le facciamo fare un'altra cosa.
- Del tipo?
- Come?
- Scelgo la psicoterapia. Ma vorrei sapere quali sono queste altre terapie d'urto di cui parla.
- Ci sono terapie comportamentali in cui un medico le dice cosa fare. Lei vuole essere una persona responsabile o vuole che qualcuno le dica cosa fare?
- La prima categoria. Mi pare improbabile che basti dire a qualcuno cosa fare perchè questo qualcuno lo faccia. Sarà che sono un insegnante.
Tornando a casa dalla clinica, pensavo che c'è un tratto della personalità del professor Orfeni che, oggi, mi è sembrato dispotico, una specie di approccio all'altro che definirei contrastivo. Ho pensato che si trattava dello stesso spirito di contraddizione a priori che aveva anche il mio ex inquilino e padrone di casa, Acen Zaio.
Mi sono detta che dispotico era proprio l'aggettivo che mi mancava, quello giusto per Acen Zaio.
Una volta a casa ho cercato su internet l'etimologia della parola dispotico e ho letto che in greco des-potes era la parola usata per designare proprio il padrone di casa. Si tratta di una coincidenza o di una tautologia?
Comunque stavo ancora viaggiando in autobus, quando mi è venuto in mente che lo zelo e una certa impazienza operativa a cui faceva riferimento Orfeni mi poteva venire da mio padre. Mio padre è specialmente impaziente. Di fronte ad un problema si tuffa in avanti come un ariete dando testate a caso, convinto di sapere esattamente quello che fa.
Uno che doveva essere stato veramente dispotico era mio nonno materno, il padre di mia madre. Non l'ho conosciuto ma nelle foto di lui che ho visto a casa, assomigliava incredibilmente ai ritratti di Mussolini. So che era una figura molto autoritaria e che mia madre ne aveva una paura tremenda perchè lui spesso la picchiava.
Sarà per questo che anche mia madre è diventata dispotica?
La risposta dovrà essere nel mio karma perchè quando sono arrivata a Piazza Gramsci pensavo già alle volte in cui sono stata dispostica anch'io.
- E' strano, lei è la prima persona che mi dice una cosa simile.
- Dovrei esserne fiero?
- Non saprei. Sono ventinove anni che mi sento dire pensi troppo.
- Che c'entra, quello è rimuginare. Ad ogni modo lei dovrebbe arrivare qui in metropolitana, non avevano fatto la metro-tranvia fino a Piazza Gramsci?
- E' ancora in costruzione.
- Dovrebbe prenderla lo stesso.
- Mi trovo bene con l'autobus.
- Lei è una che pensa ai suoi sogni e cerca di interpretarli?
- Sono una introspettiva, ma ultimamemente ho evitato di fermarmi a pensare sulle cose quando sono da sola, cerco di farlo solo durante le sedute di psicoterapia.
- Ma così lei mette fretta alla nostra terapeuta. Mi dica cos'è che vuol fare, lei, un percorso di psicoterapia o una cosa d'urto, dove le dicono come comportarsi? Perchè se vuol fare una cosa d'urto allora le facciamo fare un'altra cosa.
- Del tipo?
- Come?
- Scelgo la psicoterapia. Ma vorrei sapere quali sono queste altre terapie d'urto di cui parla.
- Ci sono terapie comportamentali in cui un medico le dice cosa fare. Lei vuole essere una persona responsabile o vuole che qualcuno le dica cosa fare?
- La prima categoria. Mi pare improbabile che basti dire a qualcuno cosa fare perchè questo qualcuno lo faccia. Sarà che sono un insegnante.
Tornando a casa dalla clinica, pensavo che c'è un tratto della personalità del professor Orfeni che, oggi, mi è sembrato dispotico, una specie di approccio all'altro che definirei contrastivo. Ho pensato che si trattava dello stesso spirito di contraddizione a priori che aveva anche il mio ex inquilino e padrone di casa, Acen Zaio.
Mi sono detta che dispotico era proprio l'aggettivo che mi mancava, quello giusto per Acen Zaio.
Una volta a casa ho cercato su internet l'etimologia della parola dispotico e ho letto che in greco des-potes era la parola usata per designare proprio il padrone di casa. Si tratta di una coincidenza o di una tautologia?
Comunque stavo ancora viaggiando in autobus, quando mi è venuto in mente che lo zelo e una certa impazienza operativa a cui faceva riferimento Orfeni mi poteva venire da mio padre. Mio padre è specialmente impaziente. Di fronte ad un problema si tuffa in avanti come un ariete dando testate a caso, convinto di sapere esattamente quello che fa.
Uno che doveva essere stato veramente dispotico era mio nonno materno, il padre di mia madre. Non l'ho conosciuto ma nelle foto di lui che ho visto a casa, assomigliava incredibilmente ai ritratti di Mussolini. So che era una figura molto autoritaria e che mia madre ne aveva una paura tremenda perchè lui spesso la picchiava.
Sarà per questo che anche mia madre è diventata dispotica?
La risposta dovrà essere nel mio karma perchè quando sono arrivata a Piazza Gramsci pensavo già alle volte in cui sono stata dispostica anch'io.
venerdì 25 gennaio 2008
rosso
Forse questa è la settima volta che mi rialzo - in piedi si sta bene - ma ho poco equilibrio e cadrò altre volte molto probabilmente. Di solito non so scegliere e giro intorno a un problema finchè qualcun'altro lo prende in mano per me, così finisco per sentirmi esclusa dalla mia vita.
Oggi però è stato diverso e ho chiesto aiuto. Sarà il primo giorno del resto della mia vita - come si dice negli US - o è vero un detto popolare giapponese che dice che la vita è cadere otto volte e rialzarsi nove?
La terapia mi conferma campionessa di somatizzazioni. Dalle sedute più recenti emerge che la malattia che ho contratto tocca un climax nella somatizzazione di emozioni di bambina dolorose, rimaste inespresse. Una è stata l'incidente stradale che a nove anni mi ha fatto confrontare con una paura di morire che allora non ho verbalizzato, nè dopo. Mettevo da parte l'esigenza di capire e contestualizzare, perchè in famiglia non avevano le risorse per capirmi e ascoltare.
Fortunatamente dopo il secondo ricovero in un ospedale psichiatrico non ho più avuto crisi depressive. Da qualche giorno però l'emisfero destro è indolenzito dalla testa alla nuca, tanto che oggi non sono andata al lavoro, pensando che meglio proteggermi che curarmi dopo.
Quando qualcosa mi preoccupa, inibisco l'espressione dell'ansia che si rifugia li, dietro alla nuca, come una lumaca che ritira le antenne dentro la casa-guscio. Insieme ai medici con cui ho ricostruito le crisi - in terapia e in occasione dei ricoveri - è emerso che la cervicalgia è un semaforo rosso con cui il mio corpo chiede attenzione.
Io mi metto a riposo appena arriva e riordino i pensieri parlando con me e chiedendomi cosa vuoi dire con questo dolore, amore? Se faccio così la crisi depressiva non arriva, come le lacrime di un bambino che si fermano prima di arrivare alle urla, se uno le sente in tempo, prima che la sete diventi senso di soffocamento e orrore.
Lo stress da psicoterapia si somma ora allo stress da lavoro (questa settimana ci sono gli scrutini così lavorerò ogni giorni il doppio del solito) e a quello da trasloco imminente, il 2 febbraio. All'idea di traslocare non sono ancora del tutto pronta e mi manca il coraggio di affrontare il mio affittuario per chiedere una proroga. Lui ha un brutto carattere ed io con le persone che hanno un brutto carattere ho una tendenza irresistibile a soccombere.
Che avevo paura di sbagliare l'ho raccontato oggi alla strega Fair, quando ci siamo viste all'una. Si tratta del mio medico curante che ha il camice bianco e una laurea ed è anche una brava omeopata. Ma quando la guardo con gli occhi di quando avevo nove anni so che i bambini non hanno mai torto e che lei è una strega bianca, di quelle che fanno magie per il bene. Andava un pò di fretta ma mi ha risposto lo stesso, con queste parole Nella vita può andare male o bene, non ci sono altre chance. Poi ci siamo salutate.
Oggi però è stato diverso e ho chiesto aiuto. Sarà il primo giorno del resto della mia vita - come si dice negli US - o è vero un detto popolare giapponese che dice che la vita è cadere otto volte e rialzarsi nove?
La terapia mi conferma campionessa di somatizzazioni. Dalle sedute più recenti emerge che la malattia che ho contratto tocca un climax nella somatizzazione di emozioni di bambina dolorose, rimaste inespresse. Una è stata l'incidente stradale che a nove anni mi ha fatto confrontare con una paura di morire che allora non ho verbalizzato, nè dopo. Mettevo da parte l'esigenza di capire e contestualizzare, perchè in famiglia non avevano le risorse per capirmi e ascoltare.
Fortunatamente dopo il secondo ricovero in un ospedale psichiatrico non ho più avuto crisi depressive. Da qualche giorno però l'emisfero destro è indolenzito dalla testa alla nuca, tanto che oggi non sono andata al lavoro, pensando che meglio proteggermi che curarmi dopo.
Quando qualcosa mi preoccupa, inibisco l'espressione dell'ansia che si rifugia li, dietro alla nuca, come una lumaca che ritira le antenne dentro la casa-guscio. Insieme ai medici con cui ho ricostruito le crisi - in terapia e in occasione dei ricoveri - è emerso che la cervicalgia è un semaforo rosso con cui il mio corpo chiede attenzione.
Io mi metto a riposo appena arriva e riordino i pensieri parlando con me e chiedendomi cosa vuoi dire con questo dolore, amore? Se faccio così la crisi depressiva non arriva, come le lacrime di un bambino che si fermano prima di arrivare alle urla, se uno le sente in tempo, prima che la sete diventi senso di soffocamento e orrore.
Lo stress da psicoterapia si somma ora allo stress da lavoro (questa settimana ci sono gli scrutini così lavorerò ogni giorni il doppio del solito) e a quello da trasloco imminente, il 2 febbraio. All'idea di traslocare non sono ancora del tutto pronta e mi manca il coraggio di affrontare il mio affittuario per chiedere una proroga. Lui ha un brutto carattere ed io con le persone che hanno un brutto carattere ho una tendenza irresistibile a soccombere.
Che avevo paura di sbagliare l'ho raccontato oggi alla strega Fair, quando ci siamo viste all'una. Si tratta del mio medico curante che ha il camice bianco e una laurea ed è anche una brava omeopata. Ma quando la guardo con gli occhi di quando avevo nove anni so che i bambini non hanno mai torto e che lei è una strega bianca, di quelle che fanno magie per il bene. Andava un pò di fretta ma mi ha risposto lo stesso, con queste parole Nella vita può andare male o bene, non ci sono altre chance. Poi ci siamo salutate.
mercoledì 14 novembre 2007
La Zucca è per Te
Ora arriva la parte forse ancora più complessa, che consiste nel garantire cure durature e continuate alla mia malattia. Perchè non si presenti più l'emergenza della crisi d'ansia. La sola idea mi fa tremare di paura. Ce l ho fatta stamattina a comporre il numero dell'ex Paolo Pini, che ora si chiama Centro di Psicologia Clinica di via Besta, 1.
Questo centro me l'aveva già consigliato lo scorso giugno 2006 la terapeuta che chiamerò Patrizia, alla fine del ciclo di psicoterapia di coppia che facevo con lei insieme a Fabio. Psicologia clinica aveva un nome che mi faceva temere. Non so, quel "clinica" aveva un chè di serio.
Ad ogni modo, il centro di psicologia clinica di via Besta e Il CPS, cioè il Centro Psico Sociale che mi ha preso in cura al momento delle mie dimissioni da Niguarda, sono in collaborazione.
Giorno 27 ottobre farò al CPS a fare la prima visita e dovrò chiedergli di compilare la mia domanda per la richiesta di una psicoterapia a lungo termine alla clinica di via Besta, 1.
Questo velocizzerà i tempi, perchè il CPS può seguirmi da un punto di vista psichiatrico, ma non psicoterapeutico, che è invece la chiave del mio piano terapeutico, se voglio "continuare" a stare bene, senza più crisi d'ansia acute da dover curare coi farmaci.
In via Besta non riescono a fissarmi un appuntamento prima del 27 ottobre, anzi - mi dicono - che loro in genere hanno una decorrenza di 25 giorni d'attesa, tra le chiamate e le prime visite dei pazienti.
Ecco qui. Tutto qui. Intanto sto con la mia busta di plastica sulla scrivania nera, che contiene ogni ben di dio,pillole d'ogni nome, forme e sapore. Gocce, e psicofarmaci e sonniferi. Come la nonna Elisabetta, solo che io dopo pranzo non recito tutti i misteri durante il rosario.
C'è una cosa che ora forse, retroattivamente, Luna potrà capire di me, ed è la fifa che mi prendeva l'anno scorso quando c'era da andare da un dietologo. E questo non va bene e quell'appuntamento è troppo presto al mattino, e oggi non mi sento, e quest'altro non mi piace perchè preferirei che fosse una donna. Mi riusciva tanto difficile andare da un dietologo , perchè riesce difficile a chiunque sia in sovrappeso, è vero.
Ma c'era un'ombra in più, per me, in questo groviglio, che mi seguiva da quel primo ricovero a Londra. Anche quel ricovero infatti, come questo, era seguito ad un periodo di distanza dai disturbi alimentari per me, che si era protratto tanto che credevo d'essere guarita.
Qualche mese dopo è arrivata la mia prima e ormai - ahimè - non unica, crisi d'ansia. E ridete pure di me, se credete. Ma chi sa guardare dentro di sè e dentro l'animo umano, senza coprirsi gli occhi con le dita, sa cosa voglio dire.
Sapevo che dietro il mio sovrappeso c'era tutto questo, o almeno qualcosa che gli somigliava molto. Perchè appiamo sempre tutto di noi, ma è cosi dura vedere che è meglio ammalarsi di lapsus freudiani, dimenticanze, imbranataggine, incertezze e continuare ad andare.
Mia madre, mio padre, londra o chi per loro, sono state forse cause scatenanti, forse "grilletti" che hanno fatto partire il colpo. Ma la polvere da sparo è mia. E l'avevo già capito a Londra, che non c'era posto dove potessi andare, lontano abbastanza da liberarmi dal mio male. Che in Rwanda non c'era la salvezza, nè nella quiete veneta, nè l'asprezza familiare della Sicilia.
Ora resto qui, in questa milano da morire. Con le mie medicine sul comodino. E mi sento libera. E piango singhiozzando come una bambina, e mi voglio bene finalmente, un bene speciale, come una mamma alla sua bambina ammalata.
Stasera ho cucinato risotto di zucca e spinaci, come una mamma premurosa, per la mia anbar, che lo aspettava dalla notte di Halloween. Sarò una buona mamma un giorno, perchè mantengo le promesse. E ho paura
Questo centro me l'aveva già consigliato lo scorso giugno 2006 la terapeuta che chiamerò Patrizia, alla fine del ciclo di psicoterapia di coppia che facevo con lei insieme a Fabio. Psicologia clinica aveva un nome che mi faceva temere. Non so, quel "clinica" aveva un chè di serio.
Ad ogni modo, il centro di psicologia clinica di via Besta e Il CPS, cioè il Centro Psico Sociale che mi ha preso in cura al momento delle mie dimissioni da Niguarda, sono in collaborazione.
Giorno 27 ottobre farò al CPS a fare la prima visita e dovrò chiedergli di compilare la mia domanda per la richiesta di una psicoterapia a lungo termine alla clinica di via Besta, 1.
Questo velocizzerà i tempi, perchè il CPS può seguirmi da un punto di vista psichiatrico, ma non psicoterapeutico, che è invece la chiave del mio piano terapeutico, se voglio "continuare" a stare bene, senza più crisi d'ansia acute da dover curare coi farmaci.
In via Besta non riescono a fissarmi un appuntamento prima del 27 ottobre, anzi - mi dicono - che loro in genere hanno una decorrenza di 25 giorni d'attesa, tra le chiamate e le prime visite dei pazienti.
Ecco qui. Tutto qui. Intanto sto con la mia busta di plastica sulla scrivania nera, che contiene ogni ben di dio,pillole d'ogni nome, forme e sapore. Gocce, e psicofarmaci e sonniferi. Come la nonna Elisabetta, solo che io dopo pranzo non recito tutti i misteri durante il rosario.
C'è una cosa che ora forse, retroattivamente, Luna potrà capire di me, ed è la fifa che mi prendeva l'anno scorso quando c'era da andare da un dietologo. E questo non va bene e quell'appuntamento è troppo presto al mattino, e oggi non mi sento, e quest'altro non mi piace perchè preferirei che fosse una donna. Mi riusciva tanto difficile andare da un dietologo , perchè riesce difficile a chiunque sia in sovrappeso, è vero.
Ma c'era un'ombra in più, per me, in questo groviglio, che mi seguiva da quel primo ricovero a Londra. Anche quel ricovero infatti, come questo, era seguito ad un periodo di distanza dai disturbi alimentari per me, che si era protratto tanto che credevo d'essere guarita.
Qualche mese dopo è arrivata la mia prima e ormai - ahimè - non unica, crisi d'ansia. E ridete pure di me, se credete. Ma chi sa guardare dentro di sè e dentro l'animo umano, senza coprirsi gli occhi con le dita, sa cosa voglio dire.
Sapevo che dietro il mio sovrappeso c'era tutto questo, o almeno qualcosa che gli somigliava molto. Perchè appiamo sempre tutto di noi, ma è cosi dura vedere che è meglio ammalarsi di lapsus freudiani, dimenticanze, imbranataggine, incertezze e continuare ad andare.
Mia madre, mio padre, londra o chi per loro, sono state forse cause scatenanti, forse "grilletti" che hanno fatto partire il colpo. Ma la polvere da sparo è mia. E l'avevo già capito a Londra, che non c'era posto dove potessi andare, lontano abbastanza da liberarmi dal mio male. Che in Rwanda non c'era la salvezza, nè nella quiete veneta, nè l'asprezza familiare della Sicilia.
Ora resto qui, in questa milano da morire. Con le mie medicine sul comodino. E mi sento libera. E piango singhiozzando come una bambina, e mi voglio bene finalmente, un bene speciale, come una mamma alla sua bambina ammalata.
Stasera ho cucinato risotto di zucca e spinaci, come una mamma premurosa, per la mia anbar, che lo aspettava dalla notte di Halloween. Sarò una buona mamma un giorno, perchè mantengo le promesse. E ho paura
Il Primo Novembre
Quello che mi è successo la notte del primo novembre non è stato un caso. Stava covando da giovedì notte, mentre ero qui al computer a scrivere, mi ricordo, e sentivo la gola dolorante.
Nei giorni successivi ho chiamato il medico curante ed ho preso dei giorni di malattia per assentarmi dal lavoro. Credevo d'avere una faringite.
In un pomeriggio di quella settimana, avevo segnato in agenda un colloquio per un secondo lavoro, ma la spossatezza è arrivata per prima e un malessere persistente alla schiena l'ha seguito. Era come se davvero, come Sisifo, quel giorno avessi portato su per un altura una roccia pesante e insensata, sulla mia schiena.
Ma dopo la somatizzazione fisica con cui si maschera sorprendomi - che ingenua! - l'ansia ha iniziato a prendere le strade maestre, disinibite, che conosco, per averle percorse già nell'autunno di Londra, due anni fa.
Il senso di irrequietezza, l'irritabilità e la difficoltà di concentrazione sono diventatate insostenibili.
Non portavano pace le chiacchierate al telefono con le amiche, con lù, nè con le semi-professioniste in fatto di analisi, come Jolie. Piangevo per giornate che mi sembravano interminabili e la testa doleva d'un male incessante, come di spilli conficcati nella nuca. Quando il male alla nuca è diventato persistente, a quel punto sapevo che sarei andata di nuovo in ospedale.
Quel fastidio acuto infatti è per me il sintomo più intollerabile della malattia. E' l'avvertimento temibile che segna l'aver raggiunto un punto di non ritorno. Oltre quel malore odioso, anbar, per te si apre la porta dell'ospedale, così è stato anche stavolta, in questa Milano da Morire e l'autunno di Londra nel 2005 me l'aveva già dimostrato.
Nei giorni seguenti intanto aumentavano la sensazione di annebbiamento mentale e la paura d'uscire e di restare a casa da sola, mentre le ore di sonno si assottigliavano fino a diventare non più di quattro, forse tre...e il 30 ottobre, l'ultima notte prima del ricovero, nessuna.
National Coming Out Day è il titolo della riproduzione di un lavoro di Keith Haring che illustra il mese di ottobre nel mio calendario TeNeues Keith Haring 2007. A pensarci è stato così per me, come nel calendario, solo che ho dovuto girare pagina e mese al mio calendario, perchè il giorno del mio national coming out si avverasse.
Quando mia sorella con viromare sono venuti a prendermi, poi hanno chiamato l'ambulanza, per portarmi in ospedale, sperando di liberarmi dalla presa dell'oscurità vorace che mi stava inghiottendo, eravamo già al primo giorno di Novembre.
Nei giorni successivi ho chiamato il medico curante ed ho preso dei giorni di malattia per assentarmi dal lavoro. Credevo d'avere una faringite.
In un pomeriggio di quella settimana, avevo segnato in agenda un colloquio per un secondo lavoro, ma la spossatezza è arrivata per prima e un malessere persistente alla schiena l'ha seguito. Era come se davvero, come Sisifo, quel giorno avessi portato su per un altura una roccia pesante e insensata, sulla mia schiena.
Ma dopo la somatizzazione fisica con cui si maschera sorprendomi - che ingenua! - l'ansia ha iniziato a prendere le strade maestre, disinibite, che conosco, per averle percorse già nell'autunno di Londra, due anni fa.
Il senso di irrequietezza, l'irritabilità e la difficoltà di concentrazione sono diventatate insostenibili.
Non portavano pace le chiacchierate al telefono con le amiche, con lù, nè con le semi-professioniste in fatto di analisi, come Jolie. Piangevo per giornate che mi sembravano interminabili e la testa doleva d'un male incessante, come di spilli conficcati nella nuca. Quando il male alla nuca è diventato persistente, a quel punto sapevo che sarei andata di nuovo in ospedale.
Quel fastidio acuto infatti è per me il sintomo più intollerabile della malattia. E' l'avvertimento temibile che segna l'aver raggiunto un punto di non ritorno. Oltre quel malore odioso, anbar, per te si apre la porta dell'ospedale, così è stato anche stavolta, in questa Milano da Morire e l'autunno di Londra nel 2005 me l'aveva già dimostrato.
Nei giorni seguenti intanto aumentavano la sensazione di annebbiamento mentale e la paura d'uscire e di restare a casa da sola, mentre le ore di sonno si assottigliavano fino a diventare non più di quattro, forse tre...e il 30 ottobre, l'ultima notte prima del ricovero, nessuna.
National Coming Out Day è il titolo della riproduzione di un lavoro di Keith Haring che illustra il mese di ottobre nel mio calendario TeNeues Keith Haring 2007. A pensarci è stato così per me, come nel calendario, solo che ho dovuto girare pagina e mese al mio calendario, perchè il giorno del mio national coming out si avverasse.
Quando mia sorella con viromare sono venuti a prendermi, poi hanno chiamato l'ambulanza, per portarmi in ospedale, sperando di liberarmi dalla presa dell'oscurità vorace che mi stava inghiottendo, eravamo già al primo giorno di Novembre.
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sabato 10 novembre 2007
Un Matrimonio Pacifico
Metto come link al titolo un sito che illustra un convegno su sessualità e spiritualità, giusto perchè oggi questo convengo non ho trovato nessuno con cui andare a vederlo.
Ho tentato d'andare al cinema a vedere La Giusta Distanza invece, inseguendo un film che alla fine è sfuggito anche quello.
Il cinema Anteo è sempre troppo affollatto per me e Luna che arriviamo d'abitudine di fronte al botteghino a pochi minuti dall'inizio della proiezione del film.
Ma a qualcosa è servito, che la visione di un film che era interessante e avevo atteso, andasse a puttane. Ho potuto sentire finalmente le risposte di Luna, la sua voce che declinava le buone ragioni per cui secondo lui non vale più la pena di continuare a rincorrersi, verso un futuro di serenità che da lontano somiglia solo al fumo dei boschi incendiati di Capaci d'estate. Lasciarsi è una liberazione, gli ho strappato, fiera e amara.
E queste sono le ragioni di Luna, che sapientemente ho trascritto, perchè Luna è di poche parole, potrebbe non ripetersi ed io non posso correre il rischio di dimenticare la verità. Ecco, allora.
Ho cercato tra gli scaffali un libro da comprare a Luna, che fosse come un addio, una specie di commiato al nostro amore sordomuto. Andavo alla ricerca di Frammenti di un Discorso Amoroso di Roland Barthes, ma il caso sa quel che non saprò e mi ha guidato lo sguardo su un alternativa migliore Un Matrimonio Pacifico di Doris Lessing.
Il premio Nobel alla letteratura del 2007 ha scritto il libro che parla di Luna e del suo sogno di unione nella pace, che gli auguro. Tieni custodita l'immagine di quella pace segreta come le tue montagne di neve, silenziosa, come il guardiano di un tempio sacro, Luna.
Io non l'ho mai vista, perchè per un anno di vita insieme è rimasta serrata a doppia mandata nella cassaforte blindata della tua lingua aggrovigliata intorno ad un eterno chewingum alla menta. E vorrei sussurrarti, Luna, da lontano, una racommandazione. Ogni tanto controllerai le tasche, non è vero?...non rischiare di perderla mai, Luna, quella chiave.
Ho tentato d'andare al cinema a vedere La Giusta Distanza invece, inseguendo un film che alla fine è sfuggito anche quello.
Il cinema Anteo è sempre troppo affollatto per me e Luna che arriviamo d'abitudine di fronte al botteghino a pochi minuti dall'inizio della proiezione del film.
Ma a qualcosa è servito, che la visione di un film che era interessante e avevo atteso, andasse a puttane. Ho potuto sentire finalmente le risposte di Luna, la sua voce che declinava le buone ragioni per cui secondo lui non vale più la pena di continuare a rincorrersi, verso un futuro di serenità che da lontano somiglia solo al fumo dei boschi incendiati di Capaci d'estate. Lasciarsi è una liberazione, gli ho strappato, fiera e amara.
E queste sono le ragioni di Luna, che sapientemente ho trascritto, perchè Luna è di poche parole, potrebbe non ripetersi ed io non posso correre il rischio di dimenticare la verità. Ecco, allora.
Ho già i miei genitori a cui pensare e tu sei un pensiero in più, per me. Non sono abituato a vivere in una relazione, ma ad essere single.Visto che al cinema non eravamo riusciti ad andare, abbiamo ammazzato il tempo e il nostro ultimo pomeriggio insieme, dando un'occhiata alla libreria dello spettacolo che fa parte dell'Anteo. L'ingresso è proprio accanto ai botteghini, quello con le maschere e le casse dove acquistare i biglietti per gli spettacoli.
Sei una che cambia in fretta tu, mentre io sono come di legno.
Seguo la mia vita tranquilla, sono così anche al lavoro, che mi faccio portare dal trantràn. Non vado a cercarmi le sfide.
La relazione con te mi avrebbe fatto piacere trovarla come si trova una casa già costruita, con le mura portanti già in piedi, dove ci sia solo da imbiancare.
Al contrario tra di noi c'è da tirare giù un muro e di costruirne di nuovi. Anche se forse la felicità non coincide col vivere il più tranquillo possibile, tuttavia può darsi che essere felice sia avere un sorriso pieno e sereno anche nelle tribolazioni, come adesso mi manca con te.
Un mio grande desiderio è la pace, che accanto a te non sempre riesco a sentire.
Ho cercato tra gli scaffali un libro da comprare a Luna, che fosse come un addio, una specie di commiato al nostro amore sordomuto. Andavo alla ricerca di Frammenti di un Discorso Amoroso di Roland Barthes, ma il caso sa quel che non saprò e mi ha guidato lo sguardo su un alternativa migliore Un Matrimonio Pacifico di Doris Lessing.
Il premio Nobel alla letteratura del 2007 ha scritto il libro che parla di Luna e del suo sogno di unione nella pace, che gli auguro. Tieni custodita l'immagine di quella pace segreta come le tue montagne di neve, silenziosa, come il guardiano di un tempio sacro, Luna.
Io non l'ho mai vista, perchè per un anno di vita insieme è rimasta serrata a doppia mandata nella cassaforte blindata della tua lingua aggrovigliata intorno ad un eterno chewingum alla menta. E vorrei sussurrarti, Luna, da lontano, una racommandazione. Ogni tanto controllerai le tasche, non è vero?...non rischiare di perderla mai, Luna, quella chiave.
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domenica 28 ottobre 2007
conversione
Leggevo su Salute di Repubblica l'articolo che segue, sull'isteria di conversione. L'articolo mi faceva pensare, perchè mi pareva che fossi rappresentata da alcuni punti del profilo descritto. Mi sembrava una possibilità interessante poter guardare ad un disturbo alimentare come ad una tipologia particolare di isteria di conversione. Forse potrebbe suggerire nuove modalità terapeutiche o anche solo essere utile ad approfondire la conoscenza di queste anomalie alimentari. Mi domando se qualche terapeuta o psicanalista l'abbia mai fatto.
"L'isteria di conversione consiste nel trasformare l'ansia derivante da conflitti psichici profondi in sintomi fisici simobolici finalizzati inconsciamente all'evitare l'angoscia. E' denominata isteria di conversione poichè si basa sullo spostamento sul piano organico di problematiche psicologiche.
Priva di un'eziologia organica dimostrabile, la personalità isterica è caratterizzata prevalentemente da immaturità, insicurezza, emotività accentuata, egoismo, egocentrismo, suggestionabilità, esibizionismo, bisogno di dipendenza. L'isterico è un soggetto molto infleunzabile e mostra una notevole tendenza a riprodurre o ad imitare delle malattie organiche. Un altro tratto fondamentale è l'iper-espressività, con elevata teatralità ed eccessive dimostrazioni affettive.
La persona isterica cerca infatti di conquistare o commuovere a qualsiasi costo, ma dietro questa apparenza le sue emozioni sono superficiali ed estremamente variabili. I disturbi della sessualità sono tipici: gli isterici assumono un atteggiamento da seduttori, in realtà la loro sessualità è notevolmente inibita.
Si tratta di una sessualità di facciata, più recitata che sentita, dove Don Giovanni maschera impotenza e Messalina cela frigidità. La cura per tutte le forme d'isteria si basa sulla psicoterapia."
"L'isteria di conversione consiste nel trasformare l'ansia derivante da conflitti psichici profondi in sintomi fisici simobolici finalizzati inconsciamente all'evitare l'angoscia. E' denominata isteria di conversione poichè si basa sullo spostamento sul piano organico di problematiche psicologiche.
Priva di un'eziologia organica dimostrabile, la personalità isterica è caratterizzata prevalentemente da immaturità, insicurezza, emotività accentuata, egoismo, egocentrismo, suggestionabilità, esibizionismo, bisogno di dipendenza. L'isterico è un soggetto molto infleunzabile e mostra una notevole tendenza a riprodurre o ad imitare delle malattie organiche. Un altro tratto fondamentale è l'iper-espressività, con elevata teatralità ed eccessive dimostrazioni affettive.
La persona isterica cerca infatti di conquistare o commuovere a qualsiasi costo, ma dietro questa apparenza le sue emozioni sono superficiali ed estremamente variabili. I disturbi della sessualità sono tipici: gli isterici assumono un atteggiamento da seduttori, in realtà la loro sessualità è notevolmente inibita.
Si tratta di una sessualità di facciata, più recitata che sentita, dove Don Giovanni maschera impotenza e Messalina cela frigidità. La cura per tutte le forme d'isteria si basa sulla psicoterapia."
venerdì 19 ottobre 2007
il tuo nome
C'è una cosa che mi ha tenuta serena questa settimana, nonostante la rottura con bio e le distanze prese da winnie, perchè era la sola via. Oggi sono entrata in sindrome premestruale, e restare salda in questo momento delicato per la mia psiche e la fisicità, richiede un impegno maggiore. Ma non demordo...
Apprendere nuove abitudini alimentari, corrette, e correggere quelle errate, mi ha accompagnato un passo più avanti nell'isolare quello che era forse l'ultimo elemento da illuminare e di cui prendersi cura, dentro al gomitolo "sovrappeso"
Sapevo che da qualche parte c'era un disturbo alimentare, ma sembrava lieve, in lento miglioramente negli anni, e nonostante il disagio di certe settimane, non ero certa di rientrare dentro una patologia specifica. Ciò che non è bulimia o anoressia, si può fare l'errore di liquidarlo come ingordigia, perchè non ha sintomi altrettanto unici e identificativi.
Tempo dopo ho scoperto i binge eating disorder, e dal momento che ne ho letto la morfologia, sapevo che ne facevo parte. Alimentazione che si fa a volte incontrollata, nel senso che ci sono momenti in in cui si ha la sensazione di perdere il controllo e di mangiare per un impulso quasi più forte di noi e del nostro volere.
Ora sto leggendo questo libro sul binge. Ed è ora che capisco che quelle che pensavo fossero banali coincidenze mi fornivano in realtà una chiave di lettura. Il binge non era che un sintomo, anche questo negli anni era diventato ormai chiaro, ma dovevo imparare a riconoscere bene la maschera che il vero malessere indossava, per poter trovare il volto nascosto dietro.
Intendo dire che attraverso una lettura più approfondita sui binge, ho scoperto che in realtà questo sintomo si manifesta solo in situazioni e ambiti che ne denunciano la strettissima connessione con gli stati d'ansia. E il programma di self help sui binge che sto seguendo è appunto qeusto. Una guida di "allenamento" a sviluppare abilità di problem solving con le quali gestire una situazione "difficile" per prevenire che questa diventi ansiogena. L'ansia, una volta attivata, attiverebbe a sua volta la crisi bulimica...
Non credo nei miracoli e so che il cibo rimarrà "un punto debole" per me, ma so anche che migliorando il mio approccio allo stress e alla complessità, qualche passo avanti lo potrò fare, perchè l'ho visto succedere molte volte, su di me, il percorso descritto nel libro. Di fronte ad un problema metto la testa sotto la sabbia, guardo da un altra parte, finchè non diviene più grande, poi mi viene la famosa ansia che tanto non ce la posso fare, che è più grande di me e lo sconforto che non vale la pena lottare, e allora mangio troppo per zittire il ronzio della mia testa sotto pressione, fornedomi così un problema "capro espiatorio" da biasimare, che era il sovrappeso.
Se non andava era il sovrappeso, se l amore non andava il sovrappeso, e la vita sociale, familiare e professionale, ancora il sovrappeso. Ora non vorrei semplicemente sostuituire la parola "sovrappeso" con la parola "ansia"...non è cosi semplice. Ma l anno scorso quando la psicomotricista - venuta a scuola per un progetto di recupero di una classe "difficile" - disse che forse dovevo domandarmi se avevo un problema a gestire la mia ansia, lo ricordo come un momento rivelatore.
Dopo che da una vita avevo male ad un piede e zoppicavo di conseguenza, senza neanche farci ormai granchè caso, quel giorno era come se lei mi avesse detto "probabilmente è una spina". Cosi, senza grandi teorie in mano, si prospettava una diagnosi, dietro alla quale spesso c'è anche una cura, definitiva o palliativa che sia...ma almeno era in ballo di nuovo l'ipotesi di poter tornare un giorno di nuovo a camminare come il resto della gente.
E cosi stasera ascolto feist e il suo nuovo bellissimo album the reminder...che sprizza levità, nelle noti tristi e nelle gioie. E scrivo e allego al titolo del post un link ad un articolo semplice interessante su come gestire gli stati d'ansia in maniera efficace.
Apprendere nuove abitudini alimentari, corrette, e correggere quelle errate, mi ha accompagnato un passo più avanti nell'isolare quello che era forse l'ultimo elemento da illuminare e di cui prendersi cura, dentro al gomitolo "sovrappeso"
Sapevo che da qualche parte c'era un disturbo alimentare, ma sembrava lieve, in lento miglioramente negli anni, e nonostante il disagio di certe settimane, non ero certa di rientrare dentro una patologia specifica. Ciò che non è bulimia o anoressia, si può fare l'errore di liquidarlo come ingordigia, perchè non ha sintomi altrettanto unici e identificativi.
Tempo dopo ho scoperto i binge eating disorder, e dal momento che ne ho letto la morfologia, sapevo che ne facevo parte. Alimentazione che si fa a volte incontrollata, nel senso che ci sono momenti in in cui si ha la sensazione di perdere il controllo e di mangiare per un impulso quasi più forte di noi e del nostro volere.
Ora sto leggendo questo libro sul binge. Ed è ora che capisco che quelle che pensavo fossero banali coincidenze mi fornivano in realtà una chiave di lettura. Il binge non era che un sintomo, anche questo negli anni era diventato ormai chiaro, ma dovevo imparare a riconoscere bene la maschera che il vero malessere indossava, per poter trovare il volto nascosto dietro.
Intendo dire che attraverso una lettura più approfondita sui binge, ho scoperto che in realtà questo sintomo si manifesta solo in situazioni e ambiti che ne denunciano la strettissima connessione con gli stati d'ansia. E il programma di self help sui binge che sto seguendo è appunto qeusto. Una guida di "allenamento" a sviluppare abilità di problem solving con le quali gestire una situazione "difficile" per prevenire che questa diventi ansiogena. L'ansia, una volta attivata, attiverebbe a sua volta la crisi bulimica...
Non credo nei miracoli e so che il cibo rimarrà "un punto debole" per me, ma so anche che migliorando il mio approccio allo stress e alla complessità, qualche passo avanti lo potrò fare, perchè l'ho visto succedere molte volte, su di me, il percorso descritto nel libro. Di fronte ad un problema metto la testa sotto la sabbia, guardo da un altra parte, finchè non diviene più grande, poi mi viene la famosa ansia che tanto non ce la posso fare, che è più grande di me e lo sconforto che non vale la pena lottare, e allora mangio troppo per zittire il ronzio della mia testa sotto pressione, fornedomi così un problema "capro espiatorio" da biasimare, che era il sovrappeso.
Se non andava era il sovrappeso, se l amore non andava il sovrappeso, e la vita sociale, familiare e professionale, ancora il sovrappeso. Ora non vorrei semplicemente sostuituire la parola "sovrappeso" con la parola "ansia"...non è cosi semplice. Ma l anno scorso quando la psicomotricista - venuta a scuola per un progetto di recupero di una classe "difficile" - disse che forse dovevo domandarmi se avevo un problema a gestire la mia ansia, lo ricordo come un momento rivelatore.
Dopo che da una vita avevo male ad un piede e zoppicavo di conseguenza, senza neanche farci ormai granchè caso, quel giorno era come se lei mi avesse detto "probabilmente è una spina". Cosi, senza grandi teorie in mano, si prospettava una diagnosi, dietro alla quale spesso c'è anche una cura, definitiva o palliativa che sia...ma almeno era in ballo di nuovo l'ipotesi di poter tornare un giorno di nuovo a camminare come il resto della gente.
E cosi stasera ascolto feist e il suo nuovo bellissimo album the reminder...che sprizza levità, nelle noti tristi e nelle gioie. E scrivo e allego al titolo del post un link ad un articolo semplice interessante su come gestire gli stati d'ansia in maniera efficace.
lunedì 15 ottobre 2007
stampella
Ho detto addio a Bio e a Winnie, questa settimana. Ho bisogno di volermi bene. Non voglio essere coscienza e madre del mio uomo, nè una donna bambina. Voglio prendermi cura del mio sè, fare pace con il mio corpo e l'immagine di me.
Ho iniziato sabato scorso un programma di self help, per fare pace col cibo. Smettere di stare a dieta per tutta la vita, col timore che nei momenti di stress una voracità fuori controllo possa farmi azzerare o perdere anche solo una parte dei risultati ottenuti.
E' successo ancora al ritorno dalle vacanze estive, in cui ho ripreso 2 kili e mezzo. Imparerò a rispondere allo stress in un altro modo, con un pò di perseveranza e qualche giorno di stanchezza memorabile.
Le "crisi d'astinenza" iniziali sono già state rivelatrici. La prima volta ho pensato che se ero riuscita a smettere di fumare, superando l'astinenza da nicotina, avrei potuto fare anche questo.
Ho pensato anche che la gente che smette l'alcol, per uscire dalla dipendenza , proverà probabilmente una sensazione simile.
Il mio sintomo costante finora è il male alla testa e una stanchezza che sembra invincibile, tanto che vorrei non dovermi tirare su in piedi fino a che venga domani.
Come adesso...
Sono esausta e scrivo male, ma desideravo comunque riprendermi questa pagina bianca, stasera. L'angolo di pace sicuro, in questo dondolare di affetti e lavori, di quartieri e facce che, quest'autunno, sono di nuovo nuove.
Ho iniziato sabato scorso un programma di self help, per fare pace col cibo. Smettere di stare a dieta per tutta la vita, col timore che nei momenti di stress una voracità fuori controllo possa farmi azzerare o perdere anche solo una parte dei risultati ottenuti.
E' successo ancora al ritorno dalle vacanze estive, in cui ho ripreso 2 kili e mezzo. Imparerò a rispondere allo stress in un altro modo, con un pò di perseveranza e qualche giorno di stanchezza memorabile.
Le "crisi d'astinenza" iniziali sono già state rivelatrici. La prima volta ho pensato che se ero riuscita a smettere di fumare, superando l'astinenza da nicotina, avrei potuto fare anche questo.
Ho pensato anche che la gente che smette l'alcol, per uscire dalla dipendenza , proverà probabilmente una sensazione simile.
Il mio sintomo costante finora è il male alla testa e una stanchezza che sembra invincibile, tanto che vorrei non dovermi tirare su in piedi fino a che venga domani.
Come adesso...
Sono esausta e scrivo male, ma desideravo comunque riprendermi questa pagina bianca, stasera. L'angolo di pace sicuro, in questo dondolare di affetti e lavori, di quartieri e facce che, quest'autunno, sono di nuovo nuove.
sabato 19 maggio 2007
un sordo e una cicala in balcone
Un volta dentro all'ufficio postale hai detto che ti sembravo distante e pure arrabbiata.
Forse lo ero, arrabbiata, e lo sono ancora.
Tanto che mi sveglio alle sette ancora incompiute di sabato mattina, quando potrei riposare, per dirti che me ne vado non da Milano, ma vado via da questa relazione, e da te.
Quando ti ho chiesto di non vedersi per qualche giorno, era perchè volevo capire di che cosa fosse frutto il senso di disagio che in quei giorni sentivo.
Non c'è una sola risposta, ma andarmene da te è una delle decisioni da prendere, da mesi, da quel primo giorno quando hai detto "sono vergine" e già sapevo che m'ero messa un'altra volta nei guai.
Mi dispiace, ma non riesco ad amarti per quello che sei, per questo me ne vado. L'arrabbiatura è irrazionale, e viene dal fatto che ho fallito tentando di cambiarti lungo questi mesi, con la dolcezza o la severità, dipende dai momenti.
Tu resti quello che sei. Sulla porta di casa ti chiedevo "non baciarmi su una guancia, mi sembra d'essere una cugina, baciami sulla bocca, per favore".
Ma non succede, che tu mi baci sulla bocca, sulla porta, quando arrivi, nè altrove.
A meno che non ti butti le braccia al collo, e non sia io a prenderti, abbracciarti, coccolarti per prima, fino a vincere il tuo distacco nei miei confronti.
Se sentirmi distante basta a farti piangere, per capire perchè scelgo d'andarmene, ti basterà pensare che mi strangola il cuore un disagio simile, quando mi sei accanto e non c'è una carezza, nè la voglia di avermi traspare da un gesto, nè dalle parole.
Ti lascio amandoti, perchè non riesco a vedere un futuro, in un amore che non ha passione, ma lo tengono in piedi solo l'affetto, e la comprensione vicendevole.
Tua madre dice che sono una che gli piacciono le coccole, vero.
E da quando ti conosco lo sono in modo più evidente, perchè mi sono messa a coccolare per due e a desiderare per due, un bacio, come una tua mano che mi accarezzi i seni, cose che restano nella mia immaginazione il più delle volte, in questo volersi bene fraterno e sterile.
E l'amore a letto lo trovi "solo scomodo" mi dici, non conoscendo il veleno che sono le tue parole distratte, sulle speranze, mie, di avere un giorno una vita d'amore normale insieme.
Ho tirato fuori tutte le magie che conosco, tutte quelle nel mio cappello, e la terapia di coppia era come un colpo di scena, in un gran finale.
Tu intanto te ne sei rimasto a guardare il fumo bianco che alzavo in scena, come uno spettatore seduto in platea, un pò incredulo, un pò disinteressato, come di fronte al desiderio e al piacere miei, quando siamo soli insieme.
Già...che te ne fai del mio ardore? Che se ne fa un sordo di una cicala in balcone?
Sono amara, perchè sento che non hai conosciuto e capito, non il mio dolore, che i dolori tu li sai sempre capire, ma il desiderio di noi vicini, che è diventato struggente, per non essere fiorito.
Hai detto in terapia che continuerai questo percorso rivolgendoti ad una persona di cui ti fidi. Temevo di aver capito a cosa ti riferivi. Fuori ti ho chiesto di spiegarmi di che si trattasse e hai risposto che di tanto in tanto - parlavi di vederlo una volta ogni tre mesi - avresti fatto due chiacchiere col tuo amico don giulio.
Se non fosse che conosco troppo bene il tuo candore, penserei che mi stavi prendendo per il culo.
E' ridicolo che tu pensi, chiacchierando un paio di volte l'anno col tuo amico don giulio, di risolvere la tua difficoltà nell'esprimere desideri e pulsioni sessuali, che si è cronicizzata nei quarantaquattro anni in cui pazientemente hai imbavagliato il soffio di ogni "pensiero impuro" che passasse a solleticarti l'animo tra le lenzuola.
E sono ridicola anch'io, che ancora desidero che tu possa essere diverso da come sei, un uomo, invece che un mezzo santo, che sulla porta mi baci come un uomo, non come un frate, che a letto sia com'è un uomo.
Dici di volere una famiglia, ma detto da te, suona un desiderio esotico, come di uno che di tanto in tanto sogni di lasciare la quotidianità in cui è calato, per vivere su un atollo da qualche parte solo in mezzo ad un oceano.
Questo desiderio esotico appartiene a mio padre, che infatti vive da sempre a trentacinque chilometri dal posto in cui è nato, e non se ne andrà. Ma è sintomatico, vero? Che una donna con un padre che ha fantasie d'eremitaggio, si innamori disperatamente di un uomo come te.
Non dirò altro che farei confusione, e spenderei troppe parole, mentre ne ho già dette tante in eccesso in questi mesi.
Ora che la curva delle occhiaie, allo specchio, si è allungata oltre gli zigomi, e riga le guance, ho voglia soltanto di fare colazione con un porridge tiepido, al miele.
Poi tornerò a dormire e curarmi come da una malattia, dall'amaro di questa resa battuta al computer.
E' la fine di un amore.
Forse lo ero, arrabbiata, e lo sono ancora.
Tanto che mi sveglio alle sette ancora incompiute di sabato mattina, quando potrei riposare, per dirti che me ne vado non da Milano, ma vado via da questa relazione, e da te.
Quando ti ho chiesto di non vedersi per qualche giorno, era perchè volevo capire di che cosa fosse frutto il senso di disagio che in quei giorni sentivo.
Non c'è una sola risposta, ma andarmene da te è una delle decisioni da prendere, da mesi, da quel primo giorno quando hai detto "sono vergine" e già sapevo che m'ero messa un'altra volta nei guai.
Mi dispiace, ma non riesco ad amarti per quello che sei, per questo me ne vado. L'arrabbiatura è irrazionale, e viene dal fatto che ho fallito tentando di cambiarti lungo questi mesi, con la dolcezza o la severità, dipende dai momenti.
Tu resti quello che sei. Sulla porta di casa ti chiedevo "non baciarmi su una guancia, mi sembra d'essere una cugina, baciami sulla bocca, per favore".
Ma non succede, che tu mi baci sulla bocca, sulla porta, quando arrivi, nè altrove.
A meno che non ti butti le braccia al collo, e non sia io a prenderti, abbracciarti, coccolarti per prima, fino a vincere il tuo distacco nei miei confronti.
Se sentirmi distante basta a farti piangere, per capire perchè scelgo d'andarmene, ti basterà pensare che mi strangola il cuore un disagio simile, quando mi sei accanto e non c'è una carezza, nè la voglia di avermi traspare da un gesto, nè dalle parole.
Ti lascio amandoti, perchè non riesco a vedere un futuro, in un amore che non ha passione, ma lo tengono in piedi solo l'affetto, e la comprensione vicendevole.
Tua madre dice che sono una che gli piacciono le coccole, vero.
E da quando ti conosco lo sono in modo più evidente, perchè mi sono messa a coccolare per due e a desiderare per due, un bacio, come una tua mano che mi accarezzi i seni, cose che restano nella mia immaginazione il più delle volte, in questo volersi bene fraterno e sterile.
E l'amore a letto lo trovi "solo scomodo" mi dici, non conoscendo il veleno che sono le tue parole distratte, sulle speranze, mie, di avere un giorno una vita d'amore normale insieme.
Ho tirato fuori tutte le magie che conosco, tutte quelle nel mio cappello, e la terapia di coppia era come un colpo di scena, in un gran finale.
Tu intanto te ne sei rimasto a guardare il fumo bianco che alzavo in scena, come uno spettatore seduto in platea, un pò incredulo, un pò disinteressato, come di fronte al desiderio e al piacere miei, quando siamo soli insieme.
Già...che te ne fai del mio ardore? Che se ne fa un sordo di una cicala in balcone?
Sono amara, perchè sento che non hai conosciuto e capito, non il mio dolore, che i dolori tu li sai sempre capire, ma il desiderio di noi vicini, che è diventato struggente, per non essere fiorito.
Hai detto in terapia che continuerai questo percorso rivolgendoti ad una persona di cui ti fidi. Temevo di aver capito a cosa ti riferivi. Fuori ti ho chiesto di spiegarmi di che si trattasse e hai risposto che di tanto in tanto - parlavi di vederlo una volta ogni tre mesi - avresti fatto due chiacchiere col tuo amico don giulio.
Se non fosse che conosco troppo bene il tuo candore, penserei che mi stavi prendendo per il culo.
E' ridicolo che tu pensi, chiacchierando un paio di volte l'anno col tuo amico don giulio, di risolvere la tua difficoltà nell'esprimere desideri e pulsioni sessuali, che si è cronicizzata nei quarantaquattro anni in cui pazientemente hai imbavagliato il soffio di ogni "pensiero impuro" che passasse a solleticarti l'animo tra le lenzuola.
E sono ridicola anch'io, che ancora desidero che tu possa essere diverso da come sei, un uomo, invece che un mezzo santo, che sulla porta mi baci come un uomo, non come un frate, che a letto sia com'è un uomo.
Dici di volere una famiglia, ma detto da te, suona un desiderio esotico, come di uno che di tanto in tanto sogni di lasciare la quotidianità in cui è calato, per vivere su un atollo da qualche parte solo in mezzo ad un oceano.
Questo desiderio esotico appartiene a mio padre, che infatti vive da sempre a trentacinque chilometri dal posto in cui è nato, e non se ne andrà. Ma è sintomatico, vero? Che una donna con un padre che ha fantasie d'eremitaggio, si innamori disperatamente di un uomo come te.
Non dirò altro che farei confusione, e spenderei troppe parole, mentre ne ho già dette tante in eccesso in questi mesi.
Ora che la curva delle occhiaie, allo specchio, si è allungata oltre gli zigomi, e riga le guance, ho voglia soltanto di fare colazione con un porridge tiepido, al miele.
Poi tornerò a dormire e curarmi come da una malattia, dall'amaro di questa resa battuta al computer.
E' la fine di un amore.
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giovedì 17 maggio 2007
not afraid of the dark
Mi prendo cura del mio corpo e del posto in cui vivo oggi pomeriggio, facendo le cose che la mancanza di tempo, il malessere e, non ultimo, anche il cattivo umore mi avevano impedito di fare.
Ho comprato una crema depilatoria stamattina dopo la scuola, e un lettore mp3 a portata delle mie tasche, dopo che la cuffietta sinistra dell'Ipod shuffle si era danneggiata.
Ho rinunciato ad acquistare un'Ipod red, del resto era anche ora che la smettessi di fare i capricci con questa storia.
L'Ipod red è roba di lusso, e la roba di lusso non è per le tasche dei miei jeans, che adesso sono sdruciti e col bottone spaiato per davvero, non come quand'ero una teenager, quando mi sentivo anticonvenzionale a poterlo fare.
Ho scopato e lavato il pavimento della cucina al ritorno dal lavoro, disinfettato e pulito lavabo e waterclose.
Per depilarmi ho usato la crema per il corpo di una marca francese, quella appena comprata, strisce di cera fredda per il viso, mentre il silk-epyl sulle gambe lo passerò appena avrò finito d'editare il post che scrivo.
Mi prendo cura del mio corpo e del posto in cui vivo con dedizione oggi, perchè mi riporta nel presente, sono sveglia.
Mentre, quando sto male, come ieri, sono come semicosciente, non mi accorgo della presenza delle persone intorno, quasi fossi addormentata.
Come quando da bambina non vedevo passare mio padre davanti a me, mentre restavo imbambolata per ore a guardare i cartoni alla televisione.
E' così di solito anche quando mi prende un appetito innaturale, quando il buon senso si arrende e ricerco nello stordimento del cibo l’effetto come di un anestetico che allontani i sensi dal male del presente che non so affrontare.
Il guaio era, ed è, ritrovare il problema immutato, persino più difficile da affrontare, al ritorno dal vagabondaggio di mente e sensi, in un altrove di cotone.
Chissà poi perchè mi venga in mente di scrivere che sia come cotone, la semicoscienza di quei momenti, che invece è arrabbiata, e assomiglia alla disperazione.
Tra poco andrò in piscina, ho le gambe da depilare, e intanto ascolto su radio david byrne una selezione di musiche di nino rota, alcune sono colonne sonore dai film di Federico Fellini.
Ho comprato una crema depilatoria stamattina dopo la scuola, e un lettore mp3 a portata delle mie tasche, dopo che la cuffietta sinistra dell'Ipod shuffle si era danneggiata.
Ho rinunciato ad acquistare un'Ipod red, del resto era anche ora che la smettessi di fare i capricci con questa storia.
L'Ipod red è roba di lusso, e la roba di lusso non è per le tasche dei miei jeans, che adesso sono sdruciti e col bottone spaiato per davvero, non come quand'ero una teenager, quando mi sentivo anticonvenzionale a poterlo fare.
Ho scopato e lavato il pavimento della cucina al ritorno dal lavoro, disinfettato e pulito lavabo e waterclose.
Per depilarmi ho usato la crema per il corpo di una marca francese, quella appena comprata, strisce di cera fredda per il viso, mentre il silk-epyl sulle gambe lo passerò appena avrò finito d'editare il post che scrivo.
Mi prendo cura del mio corpo e del posto in cui vivo con dedizione oggi, perchè mi riporta nel presente, sono sveglia.
Mentre, quando sto male, come ieri, sono come semicosciente, non mi accorgo della presenza delle persone intorno, quasi fossi addormentata.
Come quando da bambina non vedevo passare mio padre davanti a me, mentre restavo imbambolata per ore a guardare i cartoni alla televisione.
E' così di solito anche quando mi prende un appetito innaturale, quando il buon senso si arrende e ricerco nello stordimento del cibo l’effetto come di un anestetico che allontani i sensi dal male del presente che non so affrontare.
Il guaio era, ed è, ritrovare il problema immutato, persino più difficile da affrontare, al ritorno dal vagabondaggio di mente e sensi, in un altrove di cotone.
Chissà poi perchè mi venga in mente di scrivere che sia come cotone, la semicoscienza di quei momenti, che invece è arrabbiata, e assomiglia alla disperazione.
Tra poco andrò in piscina, ho le gambe da depilare, e intanto ascolto su radio david byrne una selezione di musiche di nino rota, alcune sono colonne sonore dai film di Federico Fellini.
mercoledì 16 maggio 2007
vuole avere un bambino
ho pranzato con Gea, l'amica ritrovata da quando lei ha scoperto di avere un tumore al midollo spinale.
Marmitte e pesto, radicchio, pomodori da insalata e i soliti broccoli al vapore.
Era pallida a guardarla in viso, i suoi colori sono spenti perchè l'emoglobina nel sangue è al suo minimo e ha i lividi sulle braccia per le trasfusioni.
Esorcizzo prendendola per il culo dal primo istante, mentre avrei voglia di baciarla dappertutto, tenermela al cuore come con una bambina.
Voleva vedere Annika, e le ho mostrato le foto su flickr, ma è andata via presto per un appuntamento dalla ginecologa, propedeutico all'asportazione degli ovociti.
Vuole avere un bambino.
Marmitte e pesto, radicchio, pomodori da insalata e i soliti broccoli al vapore.
Era pallida a guardarla in viso, i suoi colori sono spenti perchè l'emoglobina nel sangue è al suo minimo e ha i lividi sulle braccia per le trasfusioni.
Esorcizzo prendendola per il culo dal primo istante, mentre avrei voglia di baciarla dappertutto, tenermela al cuore come con una bambina.
Voleva vedere Annika, e le ho mostrato le foto su flickr, ma è andata via presto per un appuntamento dalla ginecologa, propedeutico all'asportazione degli ovociti.
Vuole avere un bambino.
martedì 15 maggio 2007
amargo como ni siquiera veneno
Dire che non mi sento bene ultimamente, sarebbe fermarsi ad un passo prima di arrivare al vero.
La cuffietta sinistra dell'ipod s'è rotta ed ho smesso d'ascoltare musica se non a casa, quasi per protesta. Contro chi poi non lo so ancora, se non me stessa.
Sopporto solo il suono mortifero dell'organo sulla voce di Nico, niente più musica nuova, che fino a due settimane fa, scaricavo o ascoltavo avidamente su last.fm.
Ho mangiato oggi come se qualcuno mi avesse fato un'incantesimo e non avevo il potere di fermarmi dall'addentare qual pane azimo, di cui ho mandato giù tre fette, poi la cioccolata calda e un cilindro di biscotti, appena comprati al panificio e, oltre la porta di casa, già quasi finiti.
Ci penso e mi sento come un cassonetto dei rifiuti, non quello differenziato però, che ha ancora un futuro e speranza di servire a qualcosa, anche se con un altro aspetto e un nuovo nome.
Il mio ragazzo mi scrive adesso "Sei sempre di cattivo umore?". Ma mi chiedo che senso avrebbe dire di si, o dire di no, in un sms. Non mi vorrei incasinare in spiegazioni sterili, che non fanno bene all'amore e alla comprensione.
Allora gli scrivo che "finchè non sto meglio, vorrei che non ci vedessimo, perchè ho bisogno di riordinare la testa, e so d'essere indelicata a scriverlo per telefono, ma mi pare lo stesso di doverlo fare ora..."
E porto su in cima a quella salita da fare, una roccia più grande di me, col sudore e la sensazione di non saperci arrivare.
Una volta mi faccio male alla testa, mi pare d'impazzire, una volta mangio da stare male per zittire la disperazione, un'altra mi viene l'influenza, o la cistite emorraggica, o torna l'infezione del fungo della candida, a cui piace da quando sono adolescente potermi abitare.
Ma più o meno stanca e ammalata, ce la faccio ogni volta, e arrivo fino in cima spingendo davanti ai miei passi quella roccia che ha un diametro ingiusto per la forza dei muscoli che ho nelle braccia.
Arrivo lassù e, ogni volta, il masso infedele che ho portato in cima torna a scivolare dall'altezza di nuovo giù in pianura, ed è tempo per me di tornare giù e ricominciare a salire, non è previsto che ci si riposi qui, è sempre ora d'andare, perchè la roccia non stia mai sotto nè in cima all'altura.
"A milan se sta mai coi man in man" cantano questi cittadini assurdi e ammallati di depressione, e cantano il vero. Ne vanno fieri, mentre a me sembrano tanti criceti a correre in circoli dentro le gabbie, come la mia amica Gea che mi chiamava solo ogni due anni, ed ora al telefono mi fa che le restano 11 anni di vita, ha un tumore al midollo spinale.
Cosa devo dire, ad una che dopo la profondità di sentimenti di noi adolescenti, nel tempo è diventata quasi una estranea, per cui la carriera e uno status sociale, hanno
preso a contare progressivamente di più degli affetti profondi, dell'amicizia, persino di quelli familiari.
Che dire a Bio, se sento che la nostra relazione è una roba per intrattenersi a cena, e mi pare che si sia accesa di profondità solo a volte.
Come nel weekend in Veneto insieme, in cui a farci innamorare sono stati il silenzio e la condivisione di un letto a due piazze, trascorrere il pomeriggio di Pasqua stesi sull'erba a sentire il divino del sole sulla pelle e ascoltare i suoni degli insetti tra le foglie degli alberi da frutto dell'orto davanti casa.
Che siamo rimasti insieme finora solo perchè ho fatto il diavolo a quattro perchè facessimo l'amore, trascinandoci in terapia di coppia e ingegnandomi per accendere un ardore che è nato spento, sotto una coltre di pregiudizi religiosi inghiottiti come una piccola, senza masticare.
Non ti toccare, non masturbarti, non fare l'amore se non per procreare.
Mi fa schifo questa chiesa cattolica che genera aridità dove potrebbe esserci amore, che manifesta per mettere fuori legge i gay, che hanno la colpa d'amarsi e voler stare insieme.
Cristo stava coi perseguitati, Ratzinger coi perseguitatori, e il mio ragazzo usa la foto di Prosperini come avatar del suo account messenger, facendomi venire il male di vivere, il male d'amare.
Ma quando cavolo è cominciata questa discesa agli inferi. Dopo che i miei sono andati via, mi pare, dopo che di nuovo è crollato il sogno di poter star bene dove sto, nella relazione algida del presente, dopo che è svanita anche l'idea profumata di fresie di potermene andare da questa Milano già da settembre, tornare a respirare.
Non c'è possibilità per me di riuscire a lavorare l'anno prossimo a Siena, servirebbe ro le scuole di specializzazione.
E ormai all'idea di dover fare questo mestiere, mi ci sono arresa, non ho i coglioni per trovarmi un lavoro attinente al mio curriculum vitae, al mio master che per l'impegno economico e lo stress affrontato, quasi mi costava la salute mentale.
A settembre mi iscriverò ai corsi per iniziare ad omologare il mio percorso formativo a quello di un'insegnante che questo mestiere non lo faccia per non annoiarsi, ma perchè ha altro da pagarsi da vivere, e le risorse per ritargliarsi un possibile altrove, ora che la paura della malattia l'ha resa una codarda, non le sa trovare.
La determinazione di perdere due kg prima dell'estate, anche quella sembra volata via ora, che da tre giorni mangio male ed è tornata dormiente la lucidità degli ultimi mesi, - di febbraio, marzo e aprile - che mi faceva fermare un attimo prima di aprire la credenza, per prendere in mano la penna e mettermi a piangere, quieta, nello scrivere.
Si sbagliano quelli che leggono la tristezza esistenziale dei miei post come un segno di malessere. Scrivevo di robe tristi, settimane fa, ma avevo la pace nel cuore, mi esprimevo compiutamente, sapevo vivere nei miei panni e guardare il passaggio vorticoso dei miei pensieri senza lasciarmi intossicare.
Ora sono intossicata invece, ora che sono arrabbiata, amarreggiata, sconfitta, confusa, che non ho voglia di fare, di amare e di sperare. Intossicata dalla cioccolata e dai silenzi, dall'overdose di zuccheri complessi nei carboidrati che ho mandato giù oggi come fossero una maledizione.
Sono stanca della leggerezza bionda di Pauline, che da qualche giorno evito, perchè sono come arrabbiata con lei, che tra due settimane se ne tornerà nei Paesi Bassi, mentre io resterò da sola in questa casa del cazzo ancora un altro mese.
Ma forse no. Finirà che me ne vado anch'io, il 30 giugno come lei, e altro che cercare lavoro qui e menate. Me ne voglio solo tornare a casa, che sono stanca pure di chiudere a chiave la porta e me ne frego se è una citàà pericolosa quella in cui mi tocca vivere.
Suono orribile, lo so, così è, quando la luna mi gira male.
La cuffietta sinistra dell'ipod s'è rotta ed ho smesso d'ascoltare musica se non a casa, quasi per protesta. Contro chi poi non lo so ancora, se non me stessa.
Sopporto solo il suono mortifero dell'organo sulla voce di Nico, niente più musica nuova, che fino a due settimane fa, scaricavo o ascoltavo avidamente su last.fm.
Ho mangiato oggi come se qualcuno mi avesse fato un'incantesimo e non avevo il potere di fermarmi dall'addentare qual pane azimo, di cui ho mandato giù tre fette, poi la cioccolata calda e un cilindro di biscotti, appena comprati al panificio e, oltre la porta di casa, già quasi finiti.
Ci penso e mi sento come un cassonetto dei rifiuti, non quello differenziato però, che ha ancora un futuro e speranza di servire a qualcosa, anche se con un altro aspetto e un nuovo nome.
Il mio ragazzo mi scrive adesso "Sei sempre di cattivo umore?". Ma mi chiedo che senso avrebbe dire di si, o dire di no, in un sms. Non mi vorrei incasinare in spiegazioni sterili, che non fanno bene all'amore e alla comprensione.
Allora gli scrivo che "finchè non sto meglio, vorrei che non ci vedessimo, perchè ho bisogno di riordinare la testa, e so d'essere indelicata a scriverlo per telefono, ma mi pare lo stesso di doverlo fare ora..."
E porto su in cima a quella salita da fare, una roccia più grande di me, col sudore e la sensazione di non saperci arrivare.
Una volta mi faccio male alla testa, mi pare d'impazzire, una volta mangio da stare male per zittire la disperazione, un'altra mi viene l'influenza, o la cistite emorraggica, o torna l'infezione del fungo della candida, a cui piace da quando sono adolescente potermi abitare.
Ma più o meno stanca e ammalata, ce la faccio ogni volta, e arrivo fino in cima spingendo davanti ai miei passi quella roccia che ha un diametro ingiusto per la forza dei muscoli che ho nelle braccia.
Arrivo lassù e, ogni volta, il masso infedele che ho portato in cima torna a scivolare dall'altezza di nuovo giù in pianura, ed è tempo per me di tornare giù e ricominciare a salire, non è previsto che ci si riposi qui, è sempre ora d'andare, perchè la roccia non stia mai sotto nè in cima all'altura.
"A milan se sta mai coi man in man" cantano questi cittadini assurdi e ammallati di depressione, e cantano il vero. Ne vanno fieri, mentre a me sembrano tanti criceti a correre in circoli dentro le gabbie, come la mia amica Gea che mi chiamava solo ogni due anni, ed ora al telefono mi fa che le restano 11 anni di vita, ha un tumore al midollo spinale.
Cosa devo dire, ad una che dopo la profondità di sentimenti di noi adolescenti, nel tempo è diventata quasi una estranea, per cui la carriera e uno status sociale, hanno
preso a contare progressivamente di più degli affetti profondi, dell'amicizia, persino di quelli familiari.
Che dire a Bio, se sento che la nostra relazione è una roba per intrattenersi a cena, e mi pare che si sia accesa di profondità solo a volte.
Come nel weekend in Veneto insieme, in cui a farci innamorare sono stati il silenzio e la condivisione di un letto a due piazze, trascorrere il pomeriggio di Pasqua stesi sull'erba a sentire il divino del sole sulla pelle e ascoltare i suoni degli insetti tra le foglie degli alberi da frutto dell'orto davanti casa.
Che siamo rimasti insieme finora solo perchè ho fatto il diavolo a quattro perchè facessimo l'amore, trascinandoci in terapia di coppia e ingegnandomi per accendere un ardore che è nato spento, sotto una coltre di pregiudizi religiosi inghiottiti come una piccola, senza masticare.
Non ti toccare, non masturbarti, non fare l'amore se non per procreare.
Mi fa schifo questa chiesa cattolica che genera aridità dove potrebbe esserci amore, che manifesta per mettere fuori legge i gay, che hanno la colpa d'amarsi e voler stare insieme.
Cristo stava coi perseguitati, Ratzinger coi perseguitatori, e il mio ragazzo usa la foto di Prosperini come avatar del suo account messenger, facendomi venire il male di vivere, il male d'amare.
Ma quando cavolo è cominciata questa discesa agli inferi. Dopo che i miei sono andati via, mi pare, dopo che di nuovo è crollato il sogno di poter star bene dove sto, nella relazione algida del presente, dopo che è svanita anche l'idea profumata di fresie di potermene andare da questa Milano già da settembre, tornare a respirare.
Non c'è possibilità per me di riuscire a lavorare l'anno prossimo a Siena, servirebbe ro le scuole di specializzazione.
E ormai all'idea di dover fare questo mestiere, mi ci sono arresa, non ho i coglioni per trovarmi un lavoro attinente al mio curriculum vitae, al mio master che per l'impegno economico e lo stress affrontato, quasi mi costava la salute mentale.
A settembre mi iscriverò ai corsi per iniziare ad omologare il mio percorso formativo a quello di un'insegnante che questo mestiere non lo faccia per non annoiarsi, ma perchè ha altro da pagarsi da vivere, e le risorse per ritargliarsi un possibile altrove, ora che la paura della malattia l'ha resa una codarda, non le sa trovare.
La determinazione di perdere due kg prima dell'estate, anche quella sembra volata via ora, che da tre giorni mangio male ed è tornata dormiente la lucidità degli ultimi mesi, - di febbraio, marzo e aprile - che mi faceva fermare un attimo prima di aprire la credenza, per prendere in mano la penna e mettermi a piangere, quieta, nello scrivere.
Si sbagliano quelli che leggono la tristezza esistenziale dei miei post come un segno di malessere. Scrivevo di robe tristi, settimane fa, ma avevo la pace nel cuore, mi esprimevo compiutamente, sapevo vivere nei miei panni e guardare il passaggio vorticoso dei miei pensieri senza lasciarmi intossicare.
Ora sono intossicata invece, ora che sono arrabbiata, amarreggiata, sconfitta, confusa, che non ho voglia di fare, di amare e di sperare. Intossicata dalla cioccolata e dai silenzi, dall'overdose di zuccheri complessi nei carboidrati che ho mandato giù oggi come fossero una maledizione.
Sono stanca della leggerezza bionda di Pauline, che da qualche giorno evito, perchè sono come arrabbiata con lei, che tra due settimane se ne tornerà nei Paesi Bassi, mentre io resterò da sola in questa casa del cazzo ancora un altro mese.
Ma forse no. Finirà che me ne vado anch'io, il 30 giugno come lei, e altro che cercare lavoro qui e menate. Me ne voglio solo tornare a casa, che sono stanca pure di chiudere a chiave la porta e me ne frego se è una citàà pericolosa quella in cui mi tocca vivere.
Suono orribile, lo so, così è, quando la luna mi gira male.
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maria antonietta,
on the ladder of writing
mercoledì 4 aprile 2007
My baby don't care
Mi scrivi, insieme al resto, che il peso e la balbuzie rendono più facile la cernita degli idioti...ah si, me lo sono detta, caro, come è anche lasciare agli altri il manico di un coltello che è mio, soltanto.
Lasciare che siano gli altri a mandarmi a cagare perchè "sei una sfigata insicura di sè stessa e della sua femminilità. Me ne vado.", chiamami imbecille, ma mi lasciava in lacrime e lacrime, lacrime e solo la credenza in cucina per riempirmi di dolore.
Arrabbiata, delusa, offesa, inconsalibilmente umiliata di non saper gestire l'ebbrezza che viene dal poter dire, anche solo dentro di me, a bassa voce "sei un'idiota, non ti cago, anche se stai morendo dalla voglia di starmi a sentire. Me ne vado".
La psicomotricista e il mio ruolo a scuola, mi stanno insegnando che esercitare l'autorità è un dovere, prima ancora che un diritto. E' il dovere di parlare la tua lingua con voce sincera e chi non ascolta perchè forse ha di meglio da fare, tipo fare una corsa in moto o guardare la televisione, non gli offro sul piatto d'argento una giustificazione dorata da sciorinare.
Dare una buona scusa in mano agli idioti, per farmi del male, è un mestiere che è durato da venirmi a noia, da cui pregusto le dimissioni a breve, e già molte cose, fortunatamente, sono cambiate.
Solo nel 2004 uno di questi idioti, con un nome greco, anche lui in psicoterapia e con una valigia piena di cose taciute e ombrose ancora da disfare, mi ha detto che non se la sentiva di starmi accanto a causa del mio disturbo alimentare "perchè è importante in una coppia poter mangiare una pizza insieme".
Lui che affogava nelle inibizioni sessuali e mi aveva pregato di stargli accanto, nonostante la sua incapacità di far sentire passione, affetto, calore. Inizierò una psicoterapia, perchè vorrei poter cambiare... mi aveva detto. E mamma-amara, va bene, resto con te e aspetto, anche se non sono felice.
Poi è arrivata la storia della pizza e, al miracolo di abnegazione che ero stata, un bel calcio nel sedere. Ora, se a quello stronzo gli avessi detto in tempo, sei così arido che a starti accanto mi viene da soffocare, e poi andarmene, senza ripensamenti e altre storie, forse l'avrei fatto più felice, forse era quello che aveva voglia di sentirsi dire e, certo, avrei risparmiato a me stessa un'umiliazione.
Ma quell'estate, di neolaureanda senza prospettive, è stato irresistibile dirsi e se potesse cambiare? ho casini irrisolti quanto lui e potrei non trovarne uno meglio di così, che sia in gamba, intelligente, umano, malgrado la sterilità emotiva e sessuale. E ancora mi fa incazzare.
Lasciare che siano gli altri a mandarmi a cagare perchè "sei una sfigata insicura di sè stessa e della sua femminilità. Me ne vado.", chiamami imbecille, ma mi lasciava in lacrime e lacrime, lacrime e solo la credenza in cucina per riempirmi di dolore.
Arrabbiata, delusa, offesa, inconsalibilmente umiliata di non saper gestire l'ebbrezza che viene dal poter dire, anche solo dentro di me, a bassa voce "sei un'idiota, non ti cago, anche se stai morendo dalla voglia di starmi a sentire. Me ne vado".
La psicomotricista e il mio ruolo a scuola, mi stanno insegnando che esercitare l'autorità è un dovere, prima ancora che un diritto. E' il dovere di parlare la tua lingua con voce sincera e chi non ascolta perchè forse ha di meglio da fare, tipo fare una corsa in moto o guardare la televisione, non gli offro sul piatto d'argento una giustificazione dorata da sciorinare.
Dare una buona scusa in mano agli idioti, per farmi del male, è un mestiere che è durato da venirmi a noia, da cui pregusto le dimissioni a breve, e già molte cose, fortunatamente, sono cambiate.
Solo nel 2004 uno di questi idioti, con un nome greco, anche lui in psicoterapia e con una valigia piena di cose taciute e ombrose ancora da disfare, mi ha detto che non se la sentiva di starmi accanto a causa del mio disturbo alimentare "perchè è importante in una coppia poter mangiare una pizza insieme".
Lui che affogava nelle inibizioni sessuali e mi aveva pregato di stargli accanto, nonostante la sua incapacità di far sentire passione, affetto, calore. Inizierò una psicoterapia, perchè vorrei poter cambiare... mi aveva detto. E mamma-amara, va bene, resto con te e aspetto, anche se non sono felice.
Poi è arrivata la storia della pizza e, al miracolo di abnegazione che ero stata, un bel calcio nel sedere. Ora, se a quello stronzo gli avessi detto in tempo, sei così arido che a starti accanto mi viene da soffocare, e poi andarmene, senza ripensamenti e altre storie, forse l'avrei fatto più felice, forse era quello che aveva voglia di sentirsi dire e, certo, avrei risparmiato a me stessa un'umiliazione.
Ma quell'estate, di neolaureanda senza prospettive, è stato irresistibile dirsi e se potesse cambiare? ho casini irrisolti quanto lui e potrei non trovarne uno meglio di così, che sia in gamba, intelligente, umano, malgrado la sterilità emotiva e sessuale. E ancora mi fa incazzare.
martedì 3 aprile 2007
La casa al mare
In piscina questa settimana mi hanno promossa alla corsia di livello intermedio, solo un mese fa avevo iniziato da principiante, mentre ora mi spiegano qual'esecuzione corretta del delfino. Imparare le tecniche di uno sport, che mi piace da quando avevo due anni e miei comprarono la casa al mare, è affascinante.
Al lavoro ho rivisto oggi la psicomotricista, per una restituzione individuale sull'osservazione della classe II B, durante una mia lezione. Una fortuna che riesca a trattenere le lacrime che di nuovo - era successo anche la prima volta - si affollano sul bordo delle palpebre, quando me la trovo di fronte, questa donna che quando dialoghiamo è energica e mi mette soggezione, quanto a vederla esile e piccola di statura.
Durante il primo incontro, l'avevo sentita cortese, tiepidamente ma con distacco professionale. Ora, mentre assesta ancora e ancora le spalle minute, mi pare di cogliere i tratti di una donna nervosa, e cedo al desiderio di scambiare il ruolo e, come posso, studiarla, stando ad osservare. Si dice sicura della riuscita di ciò che aveva già proposto in riunione come un'opzione da valutare, poi stende un tappeto rosso di "sono qui per te", di fronte alla mia emozione, forse infantile, certo ingenua, che avevo creduto di saper tenere in punta di piedi, perchè non si facesse sentire. Mi fa "qualunque cosa di cui abbia bisogno, anche se si tratta di una richiesta personale...".
Annaspo nel silenzio delle emozioni confuse, perchè di fronte ad una disponibilità così aperta, mi viene da naufragare, e menomale che ora sto imparando per bene a nuotare. Mi verrebbe da chiederle di farmi da terapista personale, o forse di andarcene a cena ed essere amiche. Ma è una professionista e un'adulta, mentre io - e oggi pare non possa parlare d'altro - sto ancora ad inciampare nel miraggio ingrato di un'altra madre.
Adesso che ne scrivo, le lacrime finalmente arrivano e il salato è buono sulla tisana di tarassaco e ortica, mentre il telefono squilla e il display s'illumina col numero di mia madre. Quando si dice lupus in fabula, e non ho voglia di rispondere, ma già sento il senso di colpa salire e allora prendo il ricevitore per richiamare.
Al lavoro ho rivisto oggi la psicomotricista, per una restituzione individuale sull'osservazione della classe II B, durante una mia lezione. Una fortuna che riesca a trattenere le lacrime che di nuovo - era successo anche la prima volta - si affollano sul bordo delle palpebre, quando me la trovo di fronte, questa donna che quando dialoghiamo è energica e mi mette soggezione, quanto a vederla esile e piccola di statura.
Durante il primo incontro, l'avevo sentita cortese, tiepidamente ma con distacco professionale. Ora, mentre assesta ancora e ancora le spalle minute, mi pare di cogliere i tratti di una donna nervosa, e cedo al desiderio di scambiare il ruolo e, come posso, studiarla, stando ad osservare. Si dice sicura della riuscita di ciò che aveva già proposto in riunione come un'opzione da valutare, poi stende un tappeto rosso di "sono qui per te", di fronte alla mia emozione, forse infantile, certo ingenua, che avevo creduto di saper tenere in punta di piedi, perchè non si facesse sentire. Mi fa "qualunque cosa di cui abbia bisogno, anche se si tratta di una richiesta personale...".
Annaspo nel silenzio delle emozioni confuse, perchè di fronte ad una disponibilità così aperta, mi viene da naufragare, e menomale che ora sto imparando per bene a nuotare. Mi verrebbe da chiederle di farmi da terapista personale, o forse di andarcene a cena ed essere amiche. Ma è una professionista e un'adulta, mentre io - e oggi pare non possa parlare d'altro - sto ancora ad inciampare nel miraggio ingrato di un'altra madre.
Adesso che ne scrivo, le lacrime finalmente arrivano e il salato è buono sulla tisana di tarassaco e ortica, mentre il telefono squilla e il display s'illumina col numero di mia madre. Quando si dice lupus in fabula, e non ho voglia di rispondere, ma già sento il senso di colpa salire e allora prendo il ricevitore per richiamare.
vox humana
Ho una febbriciattola che non mi lascia da mercoledì scorso, è una settimana oggi e mi viene il mal di mare al pensiero di dover riaffrontare la scortesia del mio medico curante un'altra volta, domani. E' così presto, rispetto a mercoledì scorso e fisiologicamente la maleducazione è roba da metabolizzare.
L'antologia di brani - che si intitola come il mio post - messi insieme da David Byrne sulla sua web-radio questa settimana, mi sta salvando da un malumore onnivoro che stava per inghiottirmi asciutta ed intera, come un'oliva matura. Mangiare e inghiottire sembra il "la" di un diapason che vibra per darmi voce, come per g. sono il linguaggio e l'ascoltare, balbuzie e bulimia, disturbi come fratello e sorella, psciosomatici. Hai mai pensato alle malattie come un simbolo, un'allegoria o una lettera, una parola, un rituale, un verso, una posa, un'astrazione?
Finchè ci sono persone che nutrono la voglia di capire, di nuovo torna invitante, tornare a raccontare. Il titolo è un link a Vox Humana di radio David Byrne.
L'antologia di brani - che si intitola come il mio post - messi insieme da David Byrne sulla sua web-radio questa settimana, mi sta salvando da un malumore onnivoro che stava per inghiottirmi asciutta ed intera, come un'oliva matura. Mangiare e inghiottire sembra il "la" di un diapason che vibra per darmi voce, come per g. sono il linguaggio e l'ascoltare, balbuzie e bulimia, disturbi come fratello e sorella, psciosomatici. Hai mai pensato alle malattie come un simbolo, un'allegoria o una lettera, una parola, un rituale, un verso, una posa, un'astrazione?
Finchè ci sono persone che nutrono la voglia di capire, di nuovo torna invitante, tornare a raccontare. Il titolo è un link a Vox Humana di radio David Byrne.
venerdì 2 febbraio 2007
un'erba medicinale
Giovedì [che non era che ieri] in visita da Anna, si è sciolto un nodo in gola che le incomprensioni cronicizzate avevano piantato lì, stabile. Relazionandomi con te, il non capirsi mi aveva reso amara nelle ultime settimane, mentre i sentimenti facili, ora sono diventati ritrosi.
Perchè ho scavato fondamenta alte sotto al mio rifugio, e l'ho coperto con teloni in cerata impermeabile per ripararmi dai tuoi sguardi acquosi. E così, in quel corridoio scoperto, fuori da me e dagli spazi di noi due, dove non siamo entrati, ora c'è una palafitta, che abito da sola.
Anna ha detto che vorrei avere una vita affettiva piena e la lettura chiara del suono imbavagliato della mia voce, nella copia di lacrime...mi ha dato conforto. "Vorresti avere una vita affettiva piena, ma è un desiderio inappagato, che ti fa piangere un pò..." ha detto.
E sembrava che il diritto di dire "non sono felice" l'avesse avvicinato finalmente alle mia dita, inquiete dentro agli anelli d'argento, benefica come una tazza di te caldo e miele, quando la gola ti fa male.
Perchè ho scavato fondamenta alte sotto al mio rifugio, e l'ho coperto con teloni in cerata impermeabile per ripararmi dai tuoi sguardi acquosi. E così, in quel corridoio scoperto, fuori da me e dagli spazi di noi due, dove non siamo entrati, ora c'è una palafitta, che abito da sola.
Anna ha detto che vorrei avere una vita affettiva piena e la lettura chiara del suono imbavagliato della mia voce, nella copia di lacrime...mi ha dato conforto. "Vorresti avere una vita affettiva piena, ma è un desiderio inappagato, che ti fa piangere un pò..." ha detto.
E sembrava che il diritto di dire "non sono felice" l'avesse avvicinato finalmente alle mia dita, inquiete dentro agli anelli d'argento, benefica come una tazza di te caldo e miele, quando la gola ti fa male.
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