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mercoledì 6 giugno 2007

cioccolato nero

I quotidiani free-press scrivono che a Milano ora c'è un clima continentale, perchè, da quando è iniziato il mese di maggio, la temperatura si abbassa o s'alza continuamente, in 24 ore di una cosa come dieci gradi. Pare sia caratteristica di quelle aree climatiche, mentre da noi è una novità quasi sensazionale, che preoccupa o per lo meno fa notizia.
Ho comprato un dizionario di spagnolo che avevo promesso ad uno dei miei studenti prima che lo ricoverassero per una biopsia, la quarta che gli hanno fatto, e la seconda finora qui a milano.
Sono le ultime settimane di giugno ed io lavoro spesso dodici ore al giorno, e quando ho tempo libero mi sento come svuotata, una bambola gonfiabile dopo che si è imbattuta nella punta di un ago.
Qualche mese fa invece mi divertivo a vivere qui a Milano, era febbraio, quando era appena arrivata Pauline e poco dopo erano venute a trovarmi delle amiche per un weekend. Eravamo state insieme alla scala, a vedere un balletto ispirato al sogno d'una notte di mezza estate shakespeariano.
Era lo stesso pesso periodo in cui avevo fatto amicizia con un'artista genovese, una un pò fuori, ma che mi sembrava sincera e molto sociale. Ci divertivamo, ed era grazie a lei che avevo incontrato anche giordano, che fa il pittore e vive a parma, ma viene spesso su in treno qui a Milano.
Siamo diventati amici quasi immediatamente, era una di quelle persone che come niente attaccone bottone, che è una qualità della gente con cui vado d'accordo, di solito.
Abbiamo preso ad andare insieme alle vernici di mostre d'arte contemporanea, in giro per milano e ridevamo di noi e di niente, dopo i primi bicchieri di bianco mandati giù d'un fiato.

giovedì 31 maggio 2007

porta genova

Non sono ancora le cinque del pomeriggio
quando inizio a scrivere una poesia
dedicata ai due davanti a me
seduti nella fila opposta, in metropolitana
ed ho bevuto una bottiglia di sauvignon,
a pranzo con un amico.

Me ne vado al rendez-vous
con una coppia di pittori mediocri
a cui farei da modella
per una decina di euro l'ora,
mentre si esercitano nel disegno dal vivo.

Sono quasi le cinque del poomeriggio
quando sul mio mp3 player passa la foule
di una che canta come se si straziasse l'anima,
Jean Cocteau diceva così di lei, pare.

Guardo ancora quella coppia
lui ha due orecchini al lobo destro,
mentre l'altro non lo vedo,
i capelli rasati e la sua fidanzata
con una gonna corta di cotone rosso
e le cosce bianche e glabre.

Quando scendiamo dal treno
mi dico beati quei due
e lui se la tiene contro
con le braccia grosse
mentre ballano sulle scale mobili,
all'uscita della metropolitana.

Arrivo a porta genova per l'appuntamento,
sono le cinque del pomeriggio
e penso che anch'io appena dopo pranzo,
ho ballato nella stanza da letto
un liscio con un amico, lo stesso
con cui ho diviso una bottiglia di vino.

Era già ieri che avevo in mente beati
quando vedo una che ha un fidanzato sudamericano
e lui le fa scivolare una mano sui fianchi
fino al sedere, per guidarla avanti
mentre cammina.

Avrò una mezzora d' anticipo
e aspetto il disegnatore dal vivo
che avrei dovuto incontrare,
seduta su uno dei blocchi di cemento
che qualche volta delimitano le corsie qui a Milano.

Mi scrive in un messaggio che
l'hanno trattenuto oggi, dove lavora come informatico.
Suppongo che non paga da vivere, fare i pittori mediocri.

Non sono più le cinque stasera
mentre torno a casa a piedi dalla stazione centrale
e les amant de paris couchent sur ma chanson
ma Milano non somiglia per niente a Parigi,
nè io alla tenacia d'un'icona francese.

Me ne torno a casa
pensando che non è una donna,
she's bigger than life indeed,
e ora guardo milano in balcone
mentre il cielo piove.

giovedì 24 maggio 2007

il naviglio della nostra città

Sul bordo del naviglio c'era una bambina assieme al padre, che le stava accarezzando un ginocchio, facendo un gesto come per scacciare un insetto che l'avesse appena punta sulle gambe.
Avrà avuto quattro o cinque anni e sembrava carina, ma non l'ho vista in viso, perchè teneva la testa chinata in avanti, per guardare la gamba su cui forse era stata punta, e aveva una frangia che le copriva tanta parte del viso, mentre era così china.
Pedalando in bici verso il ristorante, sentivo la tristezza scorrere quieta come quel naviglio, che è il più bello di Milano ed è un posto splendido da attraversare in bici. Erano già quasi le dieci ma non avevo ancora fame.
Anche tu li stavi guardando, stavi guardando la bambina, e poi hai guardato me, che ho sorriso appena, tenendo lo sguardo chino, perchè l'imbarazzo di incrociare i tuoi occhi era pesato più della voglia di condividere l'emozione in quel momento, e sarebbe andata avanti cosi, per il resto della sera.
Il padre doveva chiederle delle cose come ti ha punto qui?...fa male? perchè la vedevo annuire, mentre mi avvicinavo pedalando piano. Ho capito che dovevano essere stranieri solo dopo, quando passandogli accanto con la bici, finalmente potevo anche sentirli parlare.
Non ho riconosciuto la loro lingua, ma probabilmente erano turchi, a giudicare dal profilo del padre.
Abbiamo pedalato ancora fino al ristorante greco, senza parlarci fin quando mi hai chiesto a cosa stessi pensando, ma quelle che avevo in mente mi sembrava sarebbero suonate parole fuori luogo in una sera di addio, e ho scelto di non dire.
Del resto i pensieri mi morivano in bocca, non riuscivo a parlare.
Mentre non c'eri la tensione era stata orribile, come ortiche tra le lenzuola, ed ora l'emozione di averti accanto, dopo tanta attesa, mi aveva stordito e l’ostilità intessuta si stava sciogliendo in lacrime e lacrime, così tante che mi sembrava che avrei potuto continuato tutta sera, e poi ancora.
Ma mi era spiaciuto non averti risposto, ed ho tentato di riprendere la conversazione qualche istante dopo, anche tu eri emozionato però, mi sembrava, e di nuovo abbiamo lasciato cadere.
Così ho ripreso a guardare l’acqua del naviglio che modulava alla mia sinistra un paesaggio emotivo, come l’oceano di Solaris. Ogni increspatura e i raggruppamenti muschiosi di alghe sulla superfice dell’acqua declinavano la tristezza acquitrinosa della vita in una sera come quella, quando ormai è estate e il languore dell'aria umida pareva lì per noi, per propiziare la fine di una storia amore.
Sentivo che nonostante tutto ti amo e ti desidero ancora vicino. Nei lunghi silenzi di ieri sera facevo finta d’essere una strega e di saper trasformare la tua apprensione in voglia di amarmi, come volevo.
La mia magia cambiava le tue parole mentre le pronunciavi, trasformandole in quelle che desideravo potessi dire e poi, invece di hai freddo? avresti detto una cosa come vorrei fare l’amore.
E sai che avevo pensato? Che avendo una bambina piccolina come quella, poteva essere bello portarla mano nella mano a passeggiare in riva al naviglio, io e te, poi scacciare, dalle pieghe che le disegnino le gambe, una zanzara che le desse noia, tutto qui, come ora quella bambina e suo padre.

sabato 19 maggio 2007

un sordo e una cicala in balcone

Un volta dentro all'ufficio postale hai detto che ti sembravo distante e pure arrabbiata.
Forse lo ero, arrabbiata, e lo sono ancora.
Tanto che mi sveglio alle sette ancora incompiute di sabato mattina, quando potrei riposare, per dirti che me ne vado non da Milano, ma vado via da questa relazione, e da te.
Quando ti ho chiesto di non vedersi per qualche giorno, era perchè volevo capire di che cosa fosse frutto il senso di disagio che in quei giorni sentivo.
Non c'è una sola risposta, ma andarmene da te è una delle decisioni da prendere, da mesi, da quel primo giorno quando hai detto "sono vergine" e già sapevo che m'ero messa un'altra volta nei guai.
Mi dispiace, ma non riesco ad amarti per quello che sei, per questo me ne vado. L'arrabbiatura è irrazionale, e viene dal fatto che ho fallito tentando di cambiarti lungo questi mesi, con la dolcezza o la severità, dipende dai momenti.
Tu resti quello che sei. Sulla porta di casa ti chiedevo "non baciarmi su una guancia, mi sembra d'essere una cugina, baciami sulla bocca, per favore".
Ma non succede, che tu mi baci sulla bocca, sulla porta, quando arrivi, nè altrove.
A meno che non ti butti le braccia al collo, e non sia io a prenderti, abbracciarti, coccolarti per prima, fino a vincere il tuo distacco nei miei confronti.
Se sentirmi distante basta a farti piangere, per capire perchè scelgo d'andarmene, ti basterà pensare che mi strangola il cuore un disagio simile, quando mi sei accanto e non c'è una carezza, nè la voglia di avermi traspare da un gesto, nè dalle parole.
Ti lascio amandoti, perchè non riesco a vedere un futuro, in un amore che non ha passione, ma lo tengono in piedi solo l'affetto, e la comprensione vicendevole.
Tua madre dice che sono una che gli piacciono le coccole, vero.
E da quando ti conosco lo sono in modo più evidente, perchè mi sono messa a coccolare per due e a desiderare per due, un bacio, come una tua mano che mi accarezzi i seni, cose che restano nella mia immaginazione il più delle volte, in questo volersi bene fraterno e sterile.
E l'amore a letto lo trovi "solo scomodo" mi dici, non conoscendo il veleno che sono le tue parole distratte, sulle speranze, mie, di avere un giorno una vita d'amore normale insieme.
Ho tirato fuori tutte le magie che conosco, tutte quelle nel mio cappello, e la terapia di coppia era come un colpo di scena, in un gran finale.
Tu intanto te ne sei rimasto a guardare il fumo bianco che alzavo in scena, come uno spettatore seduto in platea, un pò incredulo, un pò disinteressato, come di fronte al desiderio e al piacere miei, quando siamo soli insieme.
Già...che te ne fai del mio ardore? Che se ne fa un sordo di una cicala in balcone?
Sono amara, perchè sento che non hai conosciuto e capito, non il mio dolore, che i dolori tu li sai sempre capire, ma il desiderio di noi vicini, che è diventato struggente, per non essere fiorito.
Hai detto in terapia che continuerai questo percorso rivolgendoti ad una persona di cui ti fidi. Temevo di aver capito a cosa ti riferivi. Fuori ti ho chiesto di spiegarmi di che si trattasse e hai risposto che di tanto in tanto - parlavi di vederlo una volta ogni tre mesi - avresti fatto due chiacchiere col tuo amico don giulio.
Se non fosse che conosco troppo bene il tuo candore, penserei che mi stavi prendendo per il culo.
E' ridicolo che tu pensi, chiacchierando un paio di volte l'anno col tuo amico don giulio, di risolvere la tua difficoltà nell'esprimere desideri e pulsioni sessuali, che si è cronicizzata nei quarantaquattro anni in cui pazientemente hai imbavagliato il soffio di ogni "pensiero impuro" che passasse a solleticarti l'animo tra le lenzuola.
E sono ridicola anch'io, che ancora desidero che tu possa essere diverso da come sei, un uomo, invece che un mezzo santo, che sulla porta mi baci come un uomo, non come un frate, che a letto sia com'è un uomo.
Dici di volere una famiglia, ma detto da te, suona un desiderio esotico, come di uno che di tanto in tanto sogni di lasciare la quotidianità in cui è calato, per vivere su un atollo da qualche parte solo in mezzo ad un oceano.
Questo desiderio esotico appartiene a mio padre, che infatti vive da sempre a trentacinque chilometri dal posto in cui è nato, e non se ne andrà. Ma è sintomatico, vero? Che una donna con un padre che ha fantasie d'eremitaggio, si innamori disperatamente di un uomo come te.
Non dirò altro che farei confusione, e spenderei troppe parole, mentre ne ho già dette tante in eccesso in questi mesi.
Ora che la curva delle occhiaie, allo specchio, si è allungata oltre gli zigomi, e riga le guance, ho voglia soltanto di fare colazione con un porridge tiepido, al miele.
Poi tornerò a dormire e curarmi come da una malattia, dall'amaro di questa resa battuta al computer.
E' la fine di un amore.

mercoledì 9 maggio 2007

scrivo mediocre

Alle vernici delle mostre di giovani emergenti a cui mi capita d'andare, come da aus18, ieri sera, ci incontro quelli che uno è un artista anche se in tutta la vita ha partecipato a due mostre soltanto, magari collettive.

In questo ambiente mi presento - e senza imbarazzi, dopo il secondo bicchiere di vino - non più come nel 2004, come un critico di exibart, ma come scrittrice di un blog che edito con la serietà con cui si scrive un romanzo, un racconto da pubblicare.

Anche se sono agli inizi di un percorso, come loro alle prese con le prime pitture, mi sento tra loro una pari, una che ha creatività da mettere in gioco e ci prova, tra le insicurezze e il senso di inadeguatezza, a declinare l'unicità del suo nome.

Quando mi dicevo una critica d'arte mi pareva di stare occupando un posto non mio, perchè profondamente non mi interessava l'arte figurativa, quanto scrivere, e l'arte andava bene solo come un espediente per poterlo fare.

Ho smesso di sputare giudizi feroci, ora che svalutare i tentativi di chi non sa ancora fare bene, non è più l'argomento principe di queste serate.

In una mondanità leggera, ora non mi sento divisa, ora che confluisce il mio vissuto di desideri e tensioni, nella persona sociale, e se ci ripenso mi vedo calata nel presente, durante le conversazioni, il mio essere lì ha un'intensità che non sentivo quell'estate.

Dai vernissage come questo torno a casa serena, perchè da quando ho scelto di lasciarmi essere un'artista mediocre, anch'io, lasciando agli altri di poter giudicare, sono me stessa non solo più nell'intimità di un rapporto a due, ma nella vita sociale.

E sto ritagliando uno spazio che per quanto sia piccolo, tuttavia corriponde alla mia identità in modo profondo, me stessa come da adolescente mi figuravo solo al di qua della porta della mia camera.

Perchè il giudizio degli altri era come fossero botte su una pelle sensibile, e allora lasciavo ad ingrassarsi delle lodi e le cordialità ambigue un'identità che era come un premio di consolazione sul podio, sapeva di amaro, e non arrivava mai al cuore, non sapeva entrare.

Perchè hanno a volte un rapporto ambiguamente cordiale, critico e artista, si cercano e si temono in misura uguale ed io mi muovevo goffa in questo balletto, sapendo chiaramente che era dall'altra parte che non avevo il fegato di danzare.

L'amarezza del dover giudicare l'ho bevuta per tutta quella estate, poi sono volata a Londra.

Lì sono stati il risveglio in un ospedale, e un master in teorie dell'arte contemporanea in un college che viene leggittimamente ritenuto sperimentale, il Goldsmiths, a poter mettere in discussione un bollino di critico d'arte che calzava strano.

Perchè mi confrontassi con la verità, quasi banale, che chi vuole scrivere è prima uno scrittore, e di che cosa voglia scrivere è una decisione che arriva per seconda, e che al confronto mi pare di valore minore.

Di quella cura testarda avuta nella scelta delle parole, che mi costava ore di fronte allo schermo del computer, gli articoli di exibart ne conservano ancora il sapore, nostalgico e acre.

domenica 6 maggio 2007

cat power al rolling stone


















"Vieni avanti stupido, non è niente di male, non è la morte, ce l'hai sulla punta della lingua, ma te ne resti lì silenzioso..."

Appena tornata a casa dal concerto l'ascolto su itunes, la canzone che amo e che cat power stasera dal vivo al rolling stone di milano non ha cantato.

Penso che sono quello stupido.

A titolo consolatorio, dato che la canzone appena citata non ho modo di connetterla al post, l'heading è un link al video di lived in bars, in cui chan marshall cammina e canta avanzando verso il pubblico, piegata in avanti, come ha fatto stasera al concerto.

Sembrava volesse cantarle a voce rauca nelle orecchie del pubblico i suoi blues trattenuti stasera cat power.

Era imbarazzata dagli applausi quando l'acustica del pezzo non le sembrava come doveva, and then she said eventually "I apologize", before she left the stage with the members of her band, fading behind the curtains on the left side of the stage.

the stage fell into darkness immediately after and then it was sad, and empty again.

giovedì 26 aprile 2007

la certosa di pavia

Da ieri sera ho sul comodino valeriana della certosa di pavia, che bio ed io abbiamo visitato insieme nel pomeriggio di ieri, e un ricostituente accanto alle aspirine e alle pastiglie di propoli e menta, stabili da lunedì mattina.

Ho trovato di nuovo il tempo per ammalarmi infatti, un'infezione alle vie respiratorie contratta per la seconda volta in un mese e il medico, quello senza mento e l'espressione come un roditore, dice che dovrei provare a cambiare aria, se anche il ricostituente finisce che non funziona.

Mi ricordo però che quando avevo 13 anni e una volta l'anno andavo a ballare al veglione di carnevale del mio paese, nella provincia di Trapani, mi ammalavo alle vie respiratorie anche allora, dopo ogni notte da ballare finchè avevo i vestiti appiccati addosso per il sudore.

Lo dico perchè la ricaduta forse c'è stata per via del fatto che venerdì sera - era il 20 di aprile - Dolly ed io, assieme a Linda e un paio di suoi amici, s'era deciso di andare al Sounds of 70s per ballare, dopo che me l'avevo consigliato Lewis quel locale.

Ma tant'è, quando ci siamo arrivate di fronte, Dolly e Linda non hanno avuto bisogno di scendere dall'auto per decidere che non era posto per noi e ridacchiando s'è detto che non era il caso nemmeno di entrare.

Era perchè avevamo visto davanti all'ingresso una coppia sulla cinquantina, con una signora bionda che sembrava la mia prof di educazione fisica delle medie, e due signori coi capelli imbiancati che probabilmente erano sui sessanta, parecchio inoltrati.

Mi sono scusata che non c'ero mai stata prima, quel posto me l'aveva consigliato Lewis, del suo parere mi fido, perchè abbiamo interessi in comune, ma stavolta mi sa che avevo cannato.

Magari, da andarci assieme a Lewis, poteva essere un posto piacevole perchè sincero e senza pretese - come non ce ne sono a Milano - ma Dolly, biondissima e odorosa com'è di mondanità ventenne, a dimenarsi in mezzo agli over 50, proprio non me la immaginavo. Quando lu e cri sono arrivati, la serata doveva incominciare.

Fino ad allora noi tre c'eneravamo state in piedi appena fuori da un locale, a bere vino rosso in bicchieri di plastica generosi, o sedute su una delle panchine di Corso Como - che Bio dice che non gli piace come l'hanno sistemato quel viale. E i reindirizzamenti sono continuati quando ci hanno mandato via dal locale dove s'era deciso d'andare a ballare.

All'ingresso del lolapalooza ci hanno detto che c'era da aspettare fino alle due, perchè ora si entrava solo avendo prenotato, così s'è fatto strada per un posto dove la musica faceva veramente cagare, ma col senno di poi dolly ed io ci siamo dette che almeno dentro c'era meno gente e si poteva ballare per davvero.

A ballare per davvero io in realtà ho cominciato solo a fine serata, dopo che la sala si era ancora un pò svuotata e Dolly s'era allontanata dal gruppo dicendo che andava "...a trovare un marito!".

E' ripassata da lì dopo 15 minuti a braccetto di un ragazzo carino, un pò timido, che l'ha accompagnata fuori, e a me di lui m'avevano colpito gli occhi marroni, che quando sorrideva erano davvero dolci e come lontani.

E così nella noia di una musica sempre uguale e dello specchio che rimandava un'immagine che non mi piace, m'ero detta "ma va'" e avevo mandato giù, senza ancora storie, l'imbarazzo di stare in mezzo a ventenni minuscole che ancheggiavano a spalle nude e non badavano troppo a ballare, che tanto loro erano li solo per farsi guardare e su questo niente da dire.

Ma invece io c'ero andata perchè ballare mi fa sentire capace di scrollarmi dalla rigidità della routine quotidiana, mi sembra di sentirmi in armonia con me stessa e gli altri, una volta tanto senza le parole, per questo mi piace.

Ed è stato piacevole che anche un paio di ragazzi abbiano iniziato a posarmi addosso uno sguardo vivo e sbadato più d'una volta, mentre ballavo, e che al ritorno a casa Dolly mi abbia detto, come compiaciuta, che "hai ballato benissimo questa sera!", e lu aveva fatto un commento uguale, quando ci siamo fermati cri ed io, che avevamo ballato più a lungo insieme.

Mentre tornavamo a casa in taxi, e nella stanchezza dell'indomani ci ripensavo, che, oltre che da quelle miniature di corpi bianchi, con le spalle nude, forse la bellezza si irradia anche da uno stato d'animo e anche io ne avevo fatto parte, ballando libera e lenta quella sera.

Cercavo di ricordarmi com'era e l'immagine che si compone è di una danza seria - chè avevo smesso il sorriso apologetico che declina l'imbarazzo, finalmente - e che tenevo l'avambraccio, fino al polso, su una spalla di cri e il collo della mia mano gli ricadeva quasi sul collo, abbandonato, io lo guardavo dimentica del resto, mentre ci muovevamo.

domenica 15 aprile 2007

bento sushibar

domenica pigra che neanche un ameba, mio malgrado. Il giro in fiera del commercio equo e Still Life da vedere al cinema sono saltati, perchè in entrambi i casi ci siamo dati una mossa tardi rispetto agli orari.

E allora il racconto di questa domenica, mettendo tutto insieme, sta sul palmo della mano. In piedi a mezzogiorno, dopo colazione e una doccia rapida ho pedalato per andare a pranzo da Matthew & Joan, pasticcio di polenta e salmone al forno nel menu.

Al pomeriggio, mentre leggiucchiavo il corriere, Bio ed io ce ne stavamo a scambiarci carezze distratte, stesi sul divano e si è guardata in TV la corsa ciclistica, la Paris- Roubaix, fino alla vittoria dell'australiano.

Poi giro in bici, fino in fiera del fair trade, si era deciso, ma chiudeva in anticipo rispetto alle nostre previsioni, e ai ritmi lenti della domenica pure.

Pedalando lungo la ciclabile che corre accanto al naviglio, abbiamo raggiunto il centro per un gelato che Bio ha mangiato da solo, perchè non avevo voglia, alle prese com'ero, ancora, con il tentativo di mandar giù la cena di Nimah della sera prima.

Nimah è vegetariana, dunque si era mangiato sano, verdure crude, legumi, houmous, ancora verdure miste al forno e una pastry vegetale, ma devo aver esagerato con le quantità, perchè ci sono stata male oggi e da ieri sera, al ritorno a Milano.

Abbiamo posteggiato le bici in porta Garibaldi per un happy hour veloce prima del cine e più degli altri ci è piaciuto il sushi-place, Bentobar, dove infine siamo entrati perchè verdure miste, riso, pesce crudi e un drink, per 8 euro non sembrava niente male.

Era un buono aperitivo infatti, se non fosse che a servirci i drink ci hanno messo una vita e il film in Anteo era già iniziato da un pezzo quando siamo usciti.

Peccato, perchè era già saltata la fiera, e ora - pensavo - se ne volava via anche la seconda chance di dare alla giornata un sapore intenso, riempirla con un ricordo che fosse speciale. Se ne è parlato.

Passeggiando lungo corso Como, dopo la cena, ho avuto la sensazione d'aver detto troppo in quelle ultime ore e senza le pause della cui importanza nella comunicazione la dottoressa Copa mi aveva convinta, menzionandole a proposito di una lezione in classe, ma non solo.

Mi ha riaccompagnata a casa in bici e sotto al portone, prima d'andare, Bio ha detto che non la pensava così e gli era sembrata ugualmente una domenica da ricordare.

venerdì 30 marzo 2007

Holland

E ancora un post, oggi che è stata una bella giornata di parole scritte in ogni dove, perchè fernandel m'ha messo di buon umore, come le ballerine coi fiori gialli che abitano da stasera nella scarpiera con gli sportelli decorati dai collage di Julia, che sta in fondo al corridoio.

E i messaggi di ale, mi mettono di buonumore anche quelli, perchè somiglia a Kester e alle persone che ho sentite amiche da quando per la prima volta le nostre voci si sono incontrate in una conversazione leggera, quotidiana e sfumata di surreale. Ripenso a Kester perchè come con lui c'è intesa silenziosa e tensione inespressa, o forse si, ma dribblata, e voglia di ridere e di volersi bene.

La vernice da The Flat di martedì scorso è stata bella da non saperlo raccontare. Dan simpatica e radiosa, a fumare sigarette, io e lei, sul balcone. E Max sempre alto, ma poco a poco scema la soggezione e la chiacchiera si allunga, se all'aria distratta si sintonizzano argomenti comuni.

Le chiacchere di telefilm statunitensi, forse immorali, hanno riempito la cucina mescolandosi all'odore speziato di chicken korma e ciotole di robine indiane che ai sensi, forse solo i miei, rievocavano Londra e le tante cene, anche quelle belle e indimenticate, all'indiano di fronte al Goldsmiths con Hotzeplotz e una volta c'era con noi Bree la fascinosa o Angy e mia sorella maggiore.

S'è chiacchierato a lungo con un artista toscano, la fidanzata somigliava ad Ornella Muti e scherzava forse troppo, quando lui voleva giocare serio. Fa anche lui il prof, suo malgrado.

E la musica era radio David Byrne, come da mia indicazione. Il titolo del post è quello di una canzone di Sufjan Stevens, cliccandoci la potete ascoltare.

sabato 24 marzo 2007

ninguna

Sono andata ad una vernice giovedì sera ed ho bevuto un bicchiere d'assenzio preparato da una ragazza molto alta, coi tacchi, probabilmente straniera. E poi è arrivata Katia, come un'emozione da poco. La osservo, mentre col viso oscurato da un sorriso finto, ingoia volti e relazioni di comodo; risputa spedita, senza darlo a vedere.

Le mattine, quando ho dormito in via Rancati, dalla finestra della cucina vedo un silos d'acciaio e intorno balle di carta da riciclaggio bianche, sporche, rosse e poi ancora bianche. Mentre l'aroma e il caldo dell'earl grey evaporano da una tazza troppo grande, svelti e spessi come l'amore, mi metto a pensare che quel silos così grande, ha umanità e fascino, come la mia per poco amica Katia, invece non possiede.

mercoledì 28 febbraio 2007

un breve riassunto di un febbraio groovy

Erano tre settimane che fantasticavo di prenderlo, un giorno libero, che stamattina finalmente mi sto godendo. Necesitaba de una pausa. Era da quando babs & anni son state qui...quel bellissimo weekend in cui s'è fatto l'aperitivo sashimi da Claudio, e poi di corsa alla scala per l'inizio del balletto ispirato a Midsummer Night' s Dream . Una performance ffervescente , delicata ed elegante nei costumi, e i movimenti corali degli elfi, bellissimi, li facevano sembrare uno stormo in volo...

Febbraio è stato un mese generoso di vita sociale. Si è aperto con la partenza di Mandy e Julia, che avevano terminato il loro stage e hanno lasciato il flat che condividevamo per tornare in Olanda l'una, in Germania l'altra. E poi, con l'arrivo di Pein, la nuova inquilina, è iniziata il vai e vieni di amici e conoscenti.

Ho iniziato a conoscere meglio Kat, poi il weekend delizioso trascorso insieme ad Anni e BB e le sere di cene fuori e tirar tardi per festeggiare il 29esimo compleanno. Quella sera si è fatto prima un giro da buoni artlovers a vedere l'inaugurazione di Andrea Zittel da Massimo De Carlo - che lavori pregni di intensità e che vivacità creativa - poi a cena da Nu, un ristorantino giapponese pericolosamente caro, ma si mangia bene per davvero.

Al tavolo c'erano tucho, kat e il suo ragazzo, tt le chat bio ed io...e un sacco di risate maliziose a proposito dell'89! Quella stessa domenica, che mi ero appena ripresa dai festeggiamenti, una ex compagna del liceo, May, che non rivedevo da 10 anni si è fermata a dormire qui, prima di ripartire per New York, l'indomani mattina.

Il mercoledì è iniziato il corso di nuoto, che bio mi ha regalato, e così - ora che i mercoledì si sono aggiunti ai sabato - sono impegnata con la piscina due volte la settimana...E Marilyn è arrivata a milano in aereo lunedì 19. Con lei,la sera stessa del suo arrivo, si va a cena in un confortevole ristorantino siciliano con il suo ragazzo e un amico giornalista ed editore.

Marylin si è fermata qui fino a venerdì mattina, perciò giovedì, dopo un incontro deludente con il dietologo Schwaima, allo shopping mattutino con la mary, da H&M, è seguito un pomeriggio da The Flat per andare a conoscere la nuova stagista, incontrare ale di parma e mostrare a Mary dove lavoro.

Proprio insieme a Marylin, Ale ed un suo collezionista, in chiusura, abbiamo guidato fino in via Stoppani, alla vernice di Cannaviello, per trovare la galleria carica di una tensione irrespirabile...e infatti siamo scappati via! ...per rifuggiarci in un localino lì accanto, confortevole, a bere calici di vino rosso e moridicchiare arachidi and so on, un aperitivo senza pretese.

Lo scorso weekend forzosamente in casa, a cercare di rimettermi al passo con le verifiche da correggere...ma che poca voglia...and it's not over yet! perchè questo lunedì dopo il lavoro, kat è passata a prendermi a scuola, sulla strada per Monza e ce ne siamo andate da lei.

Spesa leggera, che ormai con la dieta mi sa che faccio sul serio...e poi chiacchiere e chiacchiere, la cena e Clercks II in dvd [ niente a che vedere col primo : ( ] prima di dormire. Quella scuderia che è un posto immerso in un silenzio che è una benedizione, per me che vivo in questo viale dall'inquinamento acustico oltrenorma. I vicini salutano e c'è la legna da portar su per mettere la stufa in funzione. Se non fosse stato per quel gelido corridoio di 30 metri da percorrere tutte le volte che avevo da far pipì [ed erano tante... : ( ] avrei pensato ti trasferirmi anch'io.

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