How to Work Better
1 Do One Thing at a Time
2 Know the Problem
3 Learn to Listen
4 Learn to Ask Questions
5 Distinguish Sense from Nonsense
6 Accept Change as Inevitable
7 Admit Mistakes
8 Say it Simple
9 Be Calm
10 Smile
Per i non anglofoni e perchè scrivere l'italiano mi piace, inizio la traduzione.
Come Lavorare Meglio
1 Fai Una Cosa Alla Volta
2 Individua il problema
3 Impara ad Ascoltare
4 Impara a Porre Domande
5 Distingui il Senso dal Nonsense
6 Accetta il Cambiamento Come Inevitabile
7 Ammetti gli Errori
8 Dillo Semplicemente
9 Stai Calma
10 Sorridi
Per chi di arte contemporanea non ne sa e perchè è un piacere seminare la fama delle persone in gamba, Fischli and Weiss sono una coppia di artisti svizzeri che lavora col linguaggio, ma non solo.
Questo qui citato non è un loro lavoro, ma un decalogo di consigli da loro redatto e di cui si servono per organizzare la loro stessa pratica.
Il titolo è un link alla presentazione su Weblogart New Media della mostra di Fischli and Weiss in corso al Palazzo Litta organizzata da Fondazione Trussardi e curata da Gioni, Curiger, Todolì, fino al 16 marzo. Ceci n'est pas une invitation!
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martedì 5 febbraio 2008
venerdì 7 dicembre 2007
La metafisica di Nothomb
"Avevo appena scoperto l'orribile notizia che ogni essere umano scopre un giorno o l'altro. Quello che ami tu lo perderai. Quanto ti è stato dato, ti verrà ripreso. E' così che formulai il disastro che sarebbe diventato il ritornello della mia infanzia, della mia adolescenza e di tutte le peripezie successive.
'Quanto ti è stato dato ti verrà ripreso.'
'Che cosa ho fatto di male' - dissi singhiozzando?
'Ma niente. Non è colpa tua. E' così è basta.'
Se almeno questa atrocità fosse una punizione. E invece no. E' così, perchè è così. 'Quanto ti è stato dato ti verrà ripreso.' E' la regola."
Stralci da "La Metafisica dei Tubi" di Amélie Nothomb che volevo ricopiare perchè questo libro, che mi son fatta portare su commissione mentre ero ricoverata in ospedale, fin dal primo giorno, m'ha voluto bene. Trovando le parole da sostituire all'ansia libera e senza nome che mi consuma di lacrime e benzodiazepine, Nothomb mi è diventata amica.
'Quanto ti è stato dato ti verrà ripreso.'
'Che cosa ho fatto di male' - dissi singhiozzando?
'Ma niente. Non è colpa tua. E' così è basta.'
Se almeno questa atrocità fosse una punizione. E invece no. E' così, perchè è così. 'Quanto ti è stato dato ti verrà ripreso.' E' la regola."
Stralci da "La Metafisica dei Tubi" di Amélie Nothomb che volevo ricopiare perchè questo libro, che mi son fatta portare su commissione mentre ero ricoverata in ospedale, fin dal primo giorno, m'ha voluto bene. Trovando le parole da sostituire all'ansia libera e senza nome che mi consuma di lacrime e benzodiazepine, Nothomb mi è diventata amica.
sabato 19 maggio 2007
un sordo e una cicala in balcone
Un volta dentro all'ufficio postale hai detto che ti sembravo distante e pure arrabbiata.
Forse lo ero, arrabbiata, e lo sono ancora.
Tanto che mi sveglio alle sette ancora incompiute di sabato mattina, quando potrei riposare, per dirti che me ne vado non da Milano, ma vado via da questa relazione, e da te.
Quando ti ho chiesto di non vedersi per qualche giorno, era perchè volevo capire di che cosa fosse frutto il senso di disagio che in quei giorni sentivo.
Non c'è una sola risposta, ma andarmene da te è una delle decisioni da prendere, da mesi, da quel primo giorno quando hai detto "sono vergine" e già sapevo che m'ero messa un'altra volta nei guai.
Mi dispiace, ma non riesco ad amarti per quello che sei, per questo me ne vado. L'arrabbiatura è irrazionale, e viene dal fatto che ho fallito tentando di cambiarti lungo questi mesi, con la dolcezza o la severità, dipende dai momenti.
Tu resti quello che sei. Sulla porta di casa ti chiedevo "non baciarmi su una guancia, mi sembra d'essere una cugina, baciami sulla bocca, per favore".
Ma non succede, che tu mi baci sulla bocca, sulla porta, quando arrivi, nè altrove.
A meno che non ti butti le braccia al collo, e non sia io a prenderti, abbracciarti, coccolarti per prima, fino a vincere il tuo distacco nei miei confronti.
Se sentirmi distante basta a farti piangere, per capire perchè scelgo d'andarmene, ti basterà pensare che mi strangola il cuore un disagio simile, quando mi sei accanto e non c'è una carezza, nè la voglia di avermi traspare da un gesto, nè dalle parole.
Ti lascio amandoti, perchè non riesco a vedere un futuro, in un amore che non ha passione, ma lo tengono in piedi solo l'affetto, e la comprensione vicendevole.
Tua madre dice che sono una che gli piacciono le coccole, vero.
E da quando ti conosco lo sono in modo più evidente, perchè mi sono messa a coccolare per due e a desiderare per due, un bacio, come una tua mano che mi accarezzi i seni, cose che restano nella mia immaginazione il più delle volte, in questo volersi bene fraterno e sterile.
E l'amore a letto lo trovi "solo scomodo" mi dici, non conoscendo il veleno che sono le tue parole distratte, sulle speranze, mie, di avere un giorno una vita d'amore normale insieme.
Ho tirato fuori tutte le magie che conosco, tutte quelle nel mio cappello, e la terapia di coppia era come un colpo di scena, in un gran finale.
Tu intanto te ne sei rimasto a guardare il fumo bianco che alzavo in scena, come uno spettatore seduto in platea, un pò incredulo, un pò disinteressato, come di fronte al desiderio e al piacere miei, quando siamo soli insieme.
Già...che te ne fai del mio ardore? Che se ne fa un sordo di una cicala in balcone?
Sono amara, perchè sento che non hai conosciuto e capito, non il mio dolore, che i dolori tu li sai sempre capire, ma il desiderio di noi vicini, che è diventato struggente, per non essere fiorito.
Hai detto in terapia che continuerai questo percorso rivolgendoti ad una persona di cui ti fidi. Temevo di aver capito a cosa ti riferivi. Fuori ti ho chiesto di spiegarmi di che si trattasse e hai risposto che di tanto in tanto - parlavi di vederlo una volta ogni tre mesi - avresti fatto due chiacchiere col tuo amico don giulio.
Se non fosse che conosco troppo bene il tuo candore, penserei che mi stavi prendendo per il culo.
E' ridicolo che tu pensi, chiacchierando un paio di volte l'anno col tuo amico don giulio, di risolvere la tua difficoltà nell'esprimere desideri e pulsioni sessuali, che si è cronicizzata nei quarantaquattro anni in cui pazientemente hai imbavagliato il soffio di ogni "pensiero impuro" che passasse a solleticarti l'animo tra le lenzuola.
E sono ridicola anch'io, che ancora desidero che tu possa essere diverso da come sei, un uomo, invece che un mezzo santo, che sulla porta mi baci come un uomo, non come un frate, che a letto sia com'è un uomo.
Dici di volere una famiglia, ma detto da te, suona un desiderio esotico, come di uno che di tanto in tanto sogni di lasciare la quotidianità in cui è calato, per vivere su un atollo da qualche parte solo in mezzo ad un oceano.
Questo desiderio esotico appartiene a mio padre, che infatti vive da sempre a trentacinque chilometri dal posto in cui è nato, e non se ne andrà. Ma è sintomatico, vero? Che una donna con un padre che ha fantasie d'eremitaggio, si innamori disperatamente di un uomo come te.
Non dirò altro che farei confusione, e spenderei troppe parole, mentre ne ho già dette tante in eccesso in questi mesi.
Ora che la curva delle occhiaie, allo specchio, si è allungata oltre gli zigomi, e riga le guance, ho voglia soltanto di fare colazione con un porridge tiepido, al miele.
Poi tornerò a dormire e curarmi come da una malattia, dall'amaro di questa resa battuta al computer.
E' la fine di un amore.
Forse lo ero, arrabbiata, e lo sono ancora.
Tanto che mi sveglio alle sette ancora incompiute di sabato mattina, quando potrei riposare, per dirti che me ne vado non da Milano, ma vado via da questa relazione, e da te.
Quando ti ho chiesto di non vedersi per qualche giorno, era perchè volevo capire di che cosa fosse frutto il senso di disagio che in quei giorni sentivo.
Non c'è una sola risposta, ma andarmene da te è una delle decisioni da prendere, da mesi, da quel primo giorno quando hai detto "sono vergine" e già sapevo che m'ero messa un'altra volta nei guai.
Mi dispiace, ma non riesco ad amarti per quello che sei, per questo me ne vado. L'arrabbiatura è irrazionale, e viene dal fatto che ho fallito tentando di cambiarti lungo questi mesi, con la dolcezza o la severità, dipende dai momenti.
Tu resti quello che sei. Sulla porta di casa ti chiedevo "non baciarmi su una guancia, mi sembra d'essere una cugina, baciami sulla bocca, per favore".
Ma non succede, che tu mi baci sulla bocca, sulla porta, quando arrivi, nè altrove.
A meno che non ti butti le braccia al collo, e non sia io a prenderti, abbracciarti, coccolarti per prima, fino a vincere il tuo distacco nei miei confronti.
Se sentirmi distante basta a farti piangere, per capire perchè scelgo d'andarmene, ti basterà pensare che mi strangola il cuore un disagio simile, quando mi sei accanto e non c'è una carezza, nè la voglia di avermi traspare da un gesto, nè dalle parole.
Ti lascio amandoti, perchè non riesco a vedere un futuro, in un amore che non ha passione, ma lo tengono in piedi solo l'affetto, e la comprensione vicendevole.
Tua madre dice che sono una che gli piacciono le coccole, vero.
E da quando ti conosco lo sono in modo più evidente, perchè mi sono messa a coccolare per due e a desiderare per due, un bacio, come una tua mano che mi accarezzi i seni, cose che restano nella mia immaginazione il più delle volte, in questo volersi bene fraterno e sterile.
E l'amore a letto lo trovi "solo scomodo" mi dici, non conoscendo il veleno che sono le tue parole distratte, sulle speranze, mie, di avere un giorno una vita d'amore normale insieme.
Ho tirato fuori tutte le magie che conosco, tutte quelle nel mio cappello, e la terapia di coppia era come un colpo di scena, in un gran finale.
Tu intanto te ne sei rimasto a guardare il fumo bianco che alzavo in scena, come uno spettatore seduto in platea, un pò incredulo, un pò disinteressato, come di fronte al desiderio e al piacere miei, quando siamo soli insieme.
Già...che te ne fai del mio ardore? Che se ne fa un sordo di una cicala in balcone?
Sono amara, perchè sento che non hai conosciuto e capito, non il mio dolore, che i dolori tu li sai sempre capire, ma il desiderio di noi vicini, che è diventato struggente, per non essere fiorito.
Hai detto in terapia che continuerai questo percorso rivolgendoti ad una persona di cui ti fidi. Temevo di aver capito a cosa ti riferivi. Fuori ti ho chiesto di spiegarmi di che si trattasse e hai risposto che di tanto in tanto - parlavi di vederlo una volta ogni tre mesi - avresti fatto due chiacchiere col tuo amico don giulio.
Se non fosse che conosco troppo bene il tuo candore, penserei che mi stavi prendendo per il culo.
E' ridicolo che tu pensi, chiacchierando un paio di volte l'anno col tuo amico don giulio, di risolvere la tua difficoltà nell'esprimere desideri e pulsioni sessuali, che si è cronicizzata nei quarantaquattro anni in cui pazientemente hai imbavagliato il soffio di ogni "pensiero impuro" che passasse a solleticarti l'animo tra le lenzuola.
E sono ridicola anch'io, che ancora desidero che tu possa essere diverso da come sei, un uomo, invece che un mezzo santo, che sulla porta mi baci come un uomo, non come un frate, che a letto sia com'è un uomo.
Dici di volere una famiglia, ma detto da te, suona un desiderio esotico, come di uno che di tanto in tanto sogni di lasciare la quotidianità in cui è calato, per vivere su un atollo da qualche parte solo in mezzo ad un oceano.
Questo desiderio esotico appartiene a mio padre, che infatti vive da sempre a trentacinque chilometri dal posto in cui è nato, e non se ne andrà. Ma è sintomatico, vero? Che una donna con un padre che ha fantasie d'eremitaggio, si innamori disperatamente di un uomo come te.
Non dirò altro che farei confusione, e spenderei troppe parole, mentre ne ho già dette tante in eccesso in questi mesi.
Ora che la curva delle occhiaie, allo specchio, si è allungata oltre gli zigomi, e riga le guance, ho voglia soltanto di fare colazione con un porridge tiepido, al miele.
Poi tornerò a dormire e curarmi come da una malattia, dall'amaro di questa resa battuta al computer.
E' la fine di un amore.
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giovedì 17 maggio 2007
not afraid of the dark
Mi prendo cura del mio corpo e del posto in cui vivo oggi pomeriggio, facendo le cose che la mancanza di tempo, il malessere e, non ultimo, anche il cattivo umore mi avevano impedito di fare.
Ho comprato una crema depilatoria stamattina dopo la scuola, e un lettore mp3 a portata delle mie tasche, dopo che la cuffietta sinistra dell'Ipod shuffle si era danneggiata.
Ho rinunciato ad acquistare un'Ipod red, del resto era anche ora che la smettessi di fare i capricci con questa storia.
L'Ipod red è roba di lusso, e la roba di lusso non è per le tasche dei miei jeans, che adesso sono sdruciti e col bottone spaiato per davvero, non come quand'ero una teenager, quando mi sentivo anticonvenzionale a poterlo fare.
Ho scopato e lavato il pavimento della cucina al ritorno dal lavoro, disinfettato e pulito lavabo e waterclose.
Per depilarmi ho usato la crema per il corpo di una marca francese, quella appena comprata, strisce di cera fredda per il viso, mentre il silk-epyl sulle gambe lo passerò appena avrò finito d'editare il post che scrivo.
Mi prendo cura del mio corpo e del posto in cui vivo con dedizione oggi, perchè mi riporta nel presente, sono sveglia.
Mentre, quando sto male, come ieri, sono come semicosciente, non mi accorgo della presenza delle persone intorno, quasi fossi addormentata.
Come quando da bambina non vedevo passare mio padre davanti a me, mentre restavo imbambolata per ore a guardare i cartoni alla televisione.
E' così di solito anche quando mi prende un appetito innaturale, quando il buon senso si arrende e ricerco nello stordimento del cibo l’effetto come di un anestetico che allontani i sensi dal male del presente che non so affrontare.
Il guaio era, ed è, ritrovare il problema immutato, persino più difficile da affrontare, al ritorno dal vagabondaggio di mente e sensi, in un altrove di cotone.
Chissà poi perchè mi venga in mente di scrivere che sia come cotone, la semicoscienza di quei momenti, che invece è arrabbiata, e assomiglia alla disperazione.
Tra poco andrò in piscina, ho le gambe da depilare, e intanto ascolto su radio david byrne una selezione di musiche di nino rota, alcune sono colonne sonore dai film di Federico Fellini.
Ho comprato una crema depilatoria stamattina dopo la scuola, e un lettore mp3 a portata delle mie tasche, dopo che la cuffietta sinistra dell'Ipod shuffle si era danneggiata.
Ho rinunciato ad acquistare un'Ipod red, del resto era anche ora che la smettessi di fare i capricci con questa storia.
L'Ipod red è roba di lusso, e la roba di lusso non è per le tasche dei miei jeans, che adesso sono sdruciti e col bottone spaiato per davvero, non come quand'ero una teenager, quando mi sentivo anticonvenzionale a poterlo fare.
Ho scopato e lavato il pavimento della cucina al ritorno dal lavoro, disinfettato e pulito lavabo e waterclose.
Per depilarmi ho usato la crema per il corpo di una marca francese, quella appena comprata, strisce di cera fredda per il viso, mentre il silk-epyl sulle gambe lo passerò appena avrò finito d'editare il post che scrivo.
Mi prendo cura del mio corpo e del posto in cui vivo con dedizione oggi, perchè mi riporta nel presente, sono sveglia.
Mentre, quando sto male, come ieri, sono come semicosciente, non mi accorgo della presenza delle persone intorno, quasi fossi addormentata.
Come quando da bambina non vedevo passare mio padre davanti a me, mentre restavo imbambolata per ore a guardare i cartoni alla televisione.
E' così di solito anche quando mi prende un appetito innaturale, quando il buon senso si arrende e ricerco nello stordimento del cibo l’effetto come di un anestetico che allontani i sensi dal male del presente che non so affrontare.
Il guaio era, ed è, ritrovare il problema immutato, persino più difficile da affrontare, al ritorno dal vagabondaggio di mente e sensi, in un altrove di cotone.
Chissà poi perchè mi venga in mente di scrivere che sia come cotone, la semicoscienza di quei momenti, che invece è arrabbiata, e assomiglia alla disperazione.
Tra poco andrò in piscina, ho le gambe da depilare, e intanto ascolto su radio david byrne una selezione di musiche di nino rota, alcune sono colonne sonore dai film di Federico Fellini.
mercoledì 9 maggio 2007
scrivo mediocre
Alle vernici delle mostre di giovani emergenti a cui mi capita d'andare, come da aus18, ieri sera, ci incontro quelli che uno è un artista anche se in tutta la vita ha partecipato a due mostre soltanto, magari collettive.
In questo ambiente mi presento - e senza imbarazzi, dopo il secondo bicchiere di vino - non più come nel 2004, come un critico di exibart, ma come scrittrice di un blog che edito con la serietà con cui si scrive un romanzo, un racconto da pubblicare.
Anche se sono agli inizi di un percorso, come loro alle prese con le prime pitture, mi sento tra loro una pari, una che ha creatività da mettere in gioco e ci prova, tra le insicurezze e il senso di inadeguatezza, a declinare l'unicità del suo nome.
Quando mi dicevo una critica d'arte mi pareva di stare occupando un posto non mio, perchè profondamente non mi interessava l'arte figurativa, quanto scrivere, e l'arte andava bene solo come un espediente per poterlo fare.
Ho smesso di sputare giudizi feroci, ora che svalutare i tentativi di chi non sa ancora fare bene, non è più l'argomento principe di queste serate.
In una mondanità leggera, ora non mi sento divisa, ora che confluisce il mio vissuto di desideri e tensioni, nella persona sociale, e se ci ripenso mi vedo calata nel presente, durante le conversazioni, il mio essere lì ha un'intensità che non sentivo quell'estate.
Dai vernissage come questo torno a casa serena, perchè da quando ho scelto di lasciarmi essere un'artista mediocre, anch'io, lasciando agli altri di poter giudicare, sono me stessa non solo più nell'intimità di un rapporto a due, ma nella vita sociale.
E sto ritagliando uno spazio che per quanto sia piccolo, tuttavia corriponde alla mia identità in modo profondo, me stessa come da adolescente mi figuravo solo al di qua della porta della mia camera.
Perchè il giudizio degli altri era come fossero botte su una pelle sensibile, e allora lasciavo ad ingrassarsi delle lodi e le cordialità ambigue un'identità che era come un premio di consolazione sul podio, sapeva di amaro, e non arrivava mai al cuore, non sapeva entrare.
Perchè hanno a volte un rapporto ambiguamente cordiale, critico e artista, si cercano e si temono in misura uguale ed io mi muovevo goffa in questo balletto, sapendo chiaramente che era dall'altra parte che non avevo il fegato di danzare.
L'amarezza del dover giudicare l'ho bevuta per tutta quella estate, poi sono volata a Londra.
Lì sono stati il risveglio in un ospedale, e un master in teorie dell'arte contemporanea in un college che viene leggittimamente ritenuto sperimentale, il Goldsmiths, a poter mettere in discussione un bollino di critico d'arte che calzava strano.
Perchè mi confrontassi con la verità, quasi banale, che chi vuole scrivere è prima uno scrittore, e di che cosa voglia scrivere è una decisione che arriva per seconda, e che al confronto mi pare di valore minore.
Di quella cura testarda avuta nella scelta delle parole, che mi costava ore di fronte allo schermo del computer, gli articoli di exibart ne conservano ancora il sapore, nostalgico e acre.
In questo ambiente mi presento - e senza imbarazzi, dopo il secondo bicchiere di vino - non più come nel 2004, come un critico di exibart, ma come scrittrice di un blog che edito con la serietà con cui si scrive un romanzo, un racconto da pubblicare.
Anche se sono agli inizi di un percorso, come loro alle prese con le prime pitture, mi sento tra loro una pari, una che ha creatività da mettere in gioco e ci prova, tra le insicurezze e il senso di inadeguatezza, a declinare l'unicità del suo nome.
Quando mi dicevo una critica d'arte mi pareva di stare occupando un posto non mio, perchè profondamente non mi interessava l'arte figurativa, quanto scrivere, e l'arte andava bene solo come un espediente per poterlo fare.
Ho smesso di sputare giudizi feroci, ora che svalutare i tentativi di chi non sa ancora fare bene, non è più l'argomento principe di queste serate.
In una mondanità leggera, ora non mi sento divisa, ora che confluisce il mio vissuto di desideri e tensioni, nella persona sociale, e se ci ripenso mi vedo calata nel presente, durante le conversazioni, il mio essere lì ha un'intensità che non sentivo quell'estate.
Dai vernissage come questo torno a casa serena, perchè da quando ho scelto di lasciarmi essere un'artista mediocre, anch'io, lasciando agli altri di poter giudicare, sono me stessa non solo più nell'intimità di un rapporto a due, ma nella vita sociale.
E sto ritagliando uno spazio che per quanto sia piccolo, tuttavia corriponde alla mia identità in modo profondo, me stessa come da adolescente mi figuravo solo al di qua della porta della mia camera.
Perchè il giudizio degli altri era come fossero botte su una pelle sensibile, e allora lasciavo ad ingrassarsi delle lodi e le cordialità ambigue un'identità che era come un premio di consolazione sul podio, sapeva di amaro, e non arrivava mai al cuore, non sapeva entrare.
Perchè hanno a volte un rapporto ambiguamente cordiale, critico e artista, si cercano e si temono in misura uguale ed io mi muovevo goffa in questo balletto, sapendo chiaramente che era dall'altra parte che non avevo il fegato di danzare.
L'amarezza del dover giudicare l'ho bevuta per tutta quella estate, poi sono volata a Londra.
Lì sono stati il risveglio in un ospedale, e un master in teorie dell'arte contemporanea in un college che viene leggittimamente ritenuto sperimentale, il Goldsmiths, a poter mettere in discussione un bollino di critico d'arte che calzava strano.
Perchè mi confrontassi con la verità, quasi banale, che chi vuole scrivere è prima uno scrittore, e di che cosa voglia scrivere è una decisione che arriva per seconda, e che al confronto mi pare di valore minore.
Di quella cura testarda avuta nella scelta delle parole, che mi costava ore di fronte allo schermo del computer, gli articoli di exibart ne conservano ancora il sapore, nostalgico e acre.
venerdì 30 marzo 2007
Holland
E ancora un post, oggi che è stata una bella giornata di parole scritte in ogni dove, perchè fernandel m'ha messo di buon umore, come le ballerine coi fiori gialli che abitano da stasera nella scarpiera con gli sportelli decorati dai collage di Julia, che sta in fondo al corridoio.
E i messaggi di ale, mi mettono di buonumore anche quelli, perchè somiglia a Kester e alle persone che ho sentite amiche da quando per la prima volta le nostre voci si sono incontrate in una conversazione leggera, quotidiana e sfumata di surreale. Ripenso a Kester perchè come con lui c'è intesa silenziosa e tensione inespressa, o forse si, ma dribblata, e voglia di ridere e di volersi bene.
La vernice da The Flat di martedì scorso è stata bella da non saperlo raccontare. Dan simpatica e radiosa, a fumare sigarette, io e lei, sul balcone. E Max sempre alto, ma poco a poco scema la soggezione e la chiacchiera si allunga, se all'aria distratta si sintonizzano argomenti comuni.
Le chiacchere di telefilm statunitensi, forse immorali, hanno riempito la cucina mescolandosi all'odore speziato di chicken korma e ciotole di robine indiane che ai sensi, forse solo i miei, rievocavano Londra e le tante cene, anche quelle belle e indimenticate, all'indiano di fronte al Goldsmiths con Hotzeplotz e una volta c'era con noi Bree la fascinosa o Angy e mia sorella maggiore.
S'è chiacchierato a lungo con un artista toscano, la fidanzata somigliava ad Ornella Muti e scherzava forse troppo, quando lui voleva giocare serio. Fa anche lui il prof, suo malgrado.
E la musica era radio David Byrne, come da mia indicazione. Il titolo del post è quello di una canzone di Sufjan Stevens, cliccandoci la potete ascoltare.
E i messaggi di ale, mi mettono di buonumore anche quelli, perchè somiglia a Kester e alle persone che ho sentite amiche da quando per la prima volta le nostre voci si sono incontrate in una conversazione leggera, quotidiana e sfumata di surreale. Ripenso a Kester perchè come con lui c'è intesa silenziosa e tensione inespressa, o forse si, ma dribblata, e voglia di ridere e di volersi bene.
La vernice da The Flat di martedì scorso è stata bella da non saperlo raccontare. Dan simpatica e radiosa, a fumare sigarette, io e lei, sul balcone. E Max sempre alto, ma poco a poco scema la soggezione e la chiacchiera si allunga, se all'aria distratta si sintonizzano argomenti comuni.
Le chiacchere di telefilm statunitensi, forse immorali, hanno riempito la cucina mescolandosi all'odore speziato di chicken korma e ciotole di robine indiane che ai sensi, forse solo i miei, rievocavano Londra e le tante cene, anche quelle belle e indimenticate, all'indiano di fronte al Goldsmiths con Hotzeplotz e una volta c'era con noi Bree la fascinosa o Angy e mia sorella maggiore.
S'è chiacchierato a lungo con un artista toscano, la fidanzata somigliava ad Ornella Muti e scherzava forse troppo, quando lui voleva giocare serio. Fa anche lui il prof, suo malgrado.
E la musica era radio David Byrne, come da mia indicazione. Il titolo del post è quello di una canzone di Sufjan Stevens, cliccandoci la potete ascoltare.
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sabato 24 marzo 2007
ninguna
Sono andata ad una vernice giovedì sera ed ho bevuto un bicchiere d'assenzio preparato da una ragazza molto alta, coi tacchi, probabilmente straniera. E poi è arrivata Katia, come un'emozione da poco. La osservo, mentre col viso oscurato da un sorriso finto, ingoia volti e relazioni di comodo; risputa spedita, senza darlo a vedere.
Le mattine, quando ho dormito in via Rancati, dalla finestra della cucina vedo un silos d'acciaio e intorno balle di carta da riciclaggio bianche, sporche, rosse e poi ancora bianche. Mentre l'aroma e il caldo dell'earl grey evaporano da una tazza troppo grande, svelti e spessi come l'amore, mi metto a pensare che quel silos così grande, ha umanità e fascino, come la mia per poco amica Katia, invece non possiede.
Le mattine, quando ho dormito in via Rancati, dalla finestra della cucina vedo un silos d'acciaio e intorno balle di carta da riciclaggio bianche, sporche, rosse e poi ancora bianche. Mentre l'aroma e il caldo dell'earl grey evaporano da una tazza troppo grande, svelti e spessi come l'amore, mi metto a pensare che quel silos così grande, ha umanità e fascino, come la mia per poco amica Katia, invece non possiede.
mercoledì 28 febbraio 2007
un breve riassunto di un febbraio groovy
Erano tre settimane che fantasticavo di prenderlo, un giorno libero, che stamattina finalmente mi sto godendo. Necesitaba de una pausa. Era da quando babs & anni son state qui...quel bellissimo weekend in cui s'è fatto l'aperitivo sashimi da Claudio, e poi di corsa alla scala per l'inizio del balletto ispirato a Midsummer Night' s Dream . Una performance ffervescente , delicata ed elegante nei costumi, e i movimenti corali degli elfi, bellissimi, li facevano sembrare uno stormo in volo...
Febbraio è stato un mese generoso di vita sociale. Si è aperto con la partenza di Mandy e Julia, che avevano terminato il loro stage e hanno lasciato il flat che condividevamo per tornare in Olanda l'una, in Germania l'altra. E poi, con l'arrivo di Pein, la nuova inquilina, è iniziata il vai e vieni di amici e conoscenti.
Ho iniziato a conoscere meglio Kat, poi il weekend delizioso trascorso insieme ad Anni e BB e le sere di cene fuori e tirar tardi per festeggiare il 29esimo compleanno. Quella sera si è fatto prima un giro da buoni artlovers a vedere l'inaugurazione di Andrea Zittel da Massimo De Carlo - che lavori pregni di intensità e che vivacità creativa - poi a cena da Nu, un ristorantino giapponese pericolosamente caro, ma si mangia bene per davvero.
Al tavolo c'erano tucho, kat e il suo ragazzo, tt le chat bio ed io...e un sacco di risate maliziose a proposito dell'89! Quella stessa domenica, che mi ero appena ripresa dai festeggiamenti, una ex compagna del liceo, May, che non rivedevo da 10 anni si è fermata a dormire qui, prima di ripartire per New York, l'indomani mattina.
Il mercoledì è iniziato il corso di nuoto, che bio mi ha regalato, e così - ora che i mercoledì si sono aggiunti ai sabato - sono impegnata con la piscina due volte la settimana...E Marilyn è arrivata a milano in aereo lunedì 19. Con lei,la sera stessa del suo arrivo, si va a cena in un confortevole ristorantino siciliano con il suo ragazzo e un amico giornalista ed editore.
Marylin si è fermata qui fino a venerdì mattina, perciò giovedì, dopo un incontro deludente con il dietologo Schwaima, allo shopping mattutino con la mary, da H&M, è seguito un pomeriggio da The Flat per andare a conoscere la nuova stagista, incontrare ale di parma e mostrare a Mary dove lavoro.
Proprio insieme a Marylin, Ale ed un suo collezionista, in chiusura, abbiamo guidato fino in via Stoppani, alla vernice di Cannaviello, per trovare la galleria carica di una tensione irrespirabile...e infatti siamo scappati via! ...per rifuggiarci in un localino lì accanto, confortevole, a bere calici di vino rosso e moridicchiare arachidi and so on, un aperitivo senza pretese.
Lo scorso weekend forzosamente in casa, a cercare di rimettermi al passo con le verifiche da correggere...ma che poca voglia...and it's not over yet! perchè questo lunedì dopo il lavoro, kat è passata a prendermi a scuola, sulla strada per Monza e ce ne siamo andate da lei.
Spesa leggera, che ormai con la dieta mi sa che faccio sul serio...e poi chiacchiere e chiacchiere, la cena e Clercks II in dvd [ niente a che vedere col primo : ( ] prima di dormire. Quella scuderia che è un posto immerso in un silenzio che è una benedizione, per me che vivo in questo viale dall'inquinamento acustico oltrenorma. I vicini salutano e c'è la legna da portar su per mettere la stufa in funzione. Se non fosse stato per quel gelido corridoio di 30 metri da percorrere tutte le volte che avevo da far pipì [ed erano tante... : ( ] avrei pensato ti trasferirmi anch'io.
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Febbraio è stato un mese generoso di vita sociale. Si è aperto con la partenza di Mandy e Julia, che avevano terminato il loro stage e hanno lasciato il flat che condividevamo per tornare in Olanda l'una, in Germania l'altra. E poi, con l'arrivo di Pein, la nuova inquilina, è iniziata il vai e vieni di amici e conoscenti.
Ho iniziato a conoscere meglio Kat, poi il weekend delizioso trascorso insieme ad Anni e BB e le sere di cene fuori e tirar tardi per festeggiare il 29esimo compleanno. Quella sera si è fatto prima un giro da buoni artlovers a vedere l'inaugurazione di Andrea Zittel da Massimo De Carlo - che lavori pregni di intensità e che vivacità creativa - poi a cena da Nu, un ristorantino giapponese pericolosamente caro, ma si mangia bene per davvero.
Al tavolo c'erano tucho, kat e il suo ragazzo, tt le chat bio ed io...e un sacco di risate maliziose a proposito dell'89! Quella stessa domenica, che mi ero appena ripresa dai festeggiamenti, una ex compagna del liceo, May, che non rivedevo da 10 anni si è fermata a dormire qui, prima di ripartire per New York, l'indomani mattina.
Il mercoledì è iniziato il corso di nuoto, che bio mi ha regalato, e così - ora che i mercoledì si sono aggiunti ai sabato - sono impegnata con la piscina due volte la settimana...E Marilyn è arrivata a milano in aereo lunedì 19. Con lei,la sera stessa del suo arrivo, si va a cena in un confortevole ristorantino siciliano con il suo ragazzo e un amico giornalista ed editore.
Marylin si è fermata qui fino a venerdì mattina, perciò giovedì, dopo un incontro deludente con il dietologo Schwaima, allo shopping mattutino con la mary, da H&M, è seguito un pomeriggio da The Flat per andare a conoscere la nuova stagista, incontrare ale di parma e mostrare a Mary dove lavoro.
Proprio insieme a Marylin, Ale ed un suo collezionista, in chiusura, abbiamo guidato fino in via Stoppani, alla vernice di Cannaviello, per trovare la galleria carica di una tensione irrespirabile...e infatti siamo scappati via! ...per rifuggiarci in un localino lì accanto, confortevole, a bere calici di vino rosso e moridicchiare arachidi and so on, un aperitivo senza pretese.
Lo scorso weekend forzosamente in casa, a cercare di rimettermi al passo con le verifiche da correggere...ma che poca voglia...and it's not over yet! perchè questo lunedì dopo il lavoro, kat è passata a prendermi a scuola, sulla strada per Monza e ce ne siamo andate da lei.
Spesa leggera, che ormai con la dieta mi sa che faccio sul serio...e poi chiacchiere e chiacchiere, la cena e Clercks II in dvd [ niente a che vedere col primo : ( ] prima di dormire. Quella scuderia che è un posto immerso in un silenzio che è una benedizione, per me che vivo in questo viale dall'inquinamento acustico oltrenorma. I vicini salutano e c'è la legna da portar su per mettere la stufa in funzione. Se non fosse stato per quel gelido corridoio di 30 metri da percorrere tutte le volte che avevo da far pipì [ed erano tante... : ( ] avrei pensato ti trasferirmi anch'io.
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