giovedì 4 agosto 2011

KS

Conoscendo l'amore, permetterò ad ogni cosa il venire e l'andare. Sarò sottile quanto il vento e accoglierò ogni cosa che giungerà con grande coraggio. Come Rais mi direbbe: la vita è giusta, in ogni caso. Il mio cuore è aperto come il cielo.

lunedì 3 novembre 2008

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese

sabato 4 ottobre 2008

Green Grass

Lay your head where my heart used to be
Hold the earth above me
Lay down in the green grass
Remember when you loved me

Riposa la testa dove c'era il mio cuore
Tieni la terra alta su di me
Stenditi sull'erba verde
Ricorda quando mi amavi.


Come closer don't be shy
Stand beneath a rainy sky
The moon is over the rise
Think of me as a train goes by

Vieni più vicino non essere timido
Resta sotto al cielo piovoso
La luna si sta alzando
Pensa a me come a un treno che va


Clear the thistles and brambles
Whistle 'Didn't He Ramble'
Now there's a bubble of me
And it's floating in thee

Scosta quei cardi e i rovi
Fischietta 'Didn't He Ramble'
Adesso non sono che una bolla
E fluttuo dentro di te


Stand in the shade of me
Things are now made of me
The weather vane will say
It smells like rain today

Resta al riparo della mia ombra
Ora le cose sono fatte di me
Il tempo lo dirà invano
Che oggi odora di pioggia.


God took the stars and he tossed them
Can't tell the birds from the blossoms
You'll never be free of me
He'll make a tree from me

Dio ha preso le stelle e le ha lanciate
Non distinguo gli uccelli dai bocciòli
Non ti libererai mai di me
Perchè Lui di me farà un albero


Don't say good bye to me
Describe the sky to me
And if the sky falls, mark my words
We'll catch mocking birds

Non dirmi addio
Descrivimi il cielo
E se il cielo cade, segnati le mie parole
Cattureremo uccelli di carta.


Lay your head where my heart used to be
Hold the earth above me
Lay down in the green grass
Remember when you loved me

Riposa la testa dove c'era il mio cuore
Tieni la terra alta su di me
Stenditi sull'erba verde
Ricorda quando mi amavi.


Tom Waits, Cibelle ma anche qualcuno, prima di loro, che non conosco.

venerdì 12 settembre 2008

Mielato

Mi hai seminata di baci e seppellita
Poi mi hai profumata di sguardi e rabbonita
Tra le tue dita di seta mi hai tradita
Poi rigirata, raggirata, malamente rammendata.

Patrizia Laquidara

sabato 6 settembre 2008

A Christopher Mccandless

I can't stop thinking of you since Thursday night. Went by my own to watch Into the Wild. It wasn't a cinema, but a beautiful garden. A lightly clouded sky was above. And I could understand your pain, the love, what you've been healed from and what died with you, as you passed away. One year later, in August, something would awake in me, so that I could understand. And my date of birth is almost yours, just almost. Magic things happen like the bus, your tomb. Chris, be happy.

Non penso che a te da Giovedì notte. Sono andata da sola a vedere Into the Wild. Non ero al cinema, ma in un giardino bellissimo. Il cielo leggermente nuvoloso era alto. E potevo capire il tuo dolore, l'amore, quello da cui sei guarito. Quello che è morto con te, quando ti sei spento. Un anno dopo - era lo stesso mese della tua morte - qualcosa si è svegliato in me, perchè capissi. E la mia data di nascita è quasi la tua. Quasi. Accadono cose magiche, come quell'autobus in Alaska, la tua tomba. Chris, sii felice.

lunedì 1 settembre 2008

Jack Well

Era bello Jack, occhi di scoiattolo,
stamattina sul marciapiedi di fronte casa
aveva in mano un sacchetto
dentro c'era qualcosa per me.

Era lì per lavarmi la schiena, ha detto.
Ha passato le dita tra i miei capelli
intanto tenevo una mano sul suo respiro.

Jack, tutto ossa, fianchi piccoli,
grosse vene verde palude
pendent con le mie lenzuola,
sarebbe bello guardarti dormire dopo l'amore.

A. Einstein

"Ogni essere umano è parte di un tutto chiamato Universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l'allargamento del nostro circolo di conoscenza e comprensione, sino ad includere tutte le creature viventi e l'interezza della natura nella sua bellezza."

A. Einstein.

domenica 31 agosto 2008

Menta

Ha le caviglie slegate la vita
Balla e balla come un'ape
e col ventre rotondo.

Salgo sulla nuvola numero nove
per fare l'amore con un angelo.
He's like-minded.
E' qui la lettera A degli inferi
Quel morbo di purezza rarefatta
che io conosco, non voi.

Toglieste l'ultimo velo alla verità
lei sverrebbe, come me nel delirio
come me, che con foglie di menta
ho curato un male misterioso
Per la salvezza di uno status quo.
Erano crispy.

Lasciate le cose come stanno.
E' la mia preghiera.
Spostate solo quella tazza,
d'un poco.
Quella sedia, d'un poco.
Come accadrà secondo il rabbino.

giovedì 21 agosto 2008

Alice

Mia madre, spazzolando i miei capelli bruni,
d'un tratto smise. Ricordo…oppure no?
Stavo in piedi su un carro di carnevale
con un pianeta di cartapesta alle spalle.

Tra i capelli un cerchietto di brillantini,
e roselline bianche. Forse l'avevano portata via,
mia madre, gli uomini della legge. Per otto anni.

Alla fine del processo non sarebbe tornata
No. Inghiottita da una macchina di scrivere
azzurra, carnivora e rumorosa.

Così al barbiere dissi "Rasami, ora."
Che possa cambiare di genere ancora!
Potrò? Essere un'altra, un'altra, non lei
E i miei capelli, quelli non serviranno più.

Dentro l'hair salon gli uomini si voltarono
tutti per guardarmi in faccia e alcuni aspettarono,
già sbarbati, finchè la ferita non fu compiuta.

L'abbandono

Sul prato nel retro del college
Ti ricordi?
Raccontasti d’aver baciato una donna
Io una l’avevo amata.
Capivi, senza pensare fossero stranezze
E annuivi con quei tuoi riccioli,
ramati, e le molte lentiggini.

Ho visto parecchi comportarsi da stupidi
Quando al bancone di Loafers c’eri tu
Eppure mai un complimento,
per paura.

Io, me ne infischiavo!
Sei così bella cara, questa sera.
Lo facevo apposta.
Ti ammiravo come un Kippenberger ed ero sincera,
perché non ti temevo
Amica che adoro
Eri un tempio
sacra come la madre
Tra le tue braccia forti di Amazzone
mi davi una casa.

Era così con Elischeba?
O era quella la giovane madre,
prima che partisse?

Agavi

Conosci le agavi alte e spezzate
fiore spinoso, ciclopico, mediterraneo?
Col fusto mutilo, al margine dei viali
sono sublimi, contro il biancazzurro.

Quando la sera tramonta magenta
E il sole muore fumoso, lento e lilla
Ecco un disegno mesto:
Fusti di agavi abbattute dal vento
Con la postura d’uomo in preghiera.

Immagina un geco addormentato
uno scarabeo svelto sulle dune
e la veranda, percorsa dalle libellule
Non è altrettanto misteriosa!

L’aria salmastra d’intorno soffiando
Conserva il segreto del sole madido
Che l’agave ascolta, si inchina.

Poi, quando è notte, custodisce gli amanti
Appartati nel covo di sabbia e verzura.

Il vento, franco, desidera e consuma
quel fallo fertile di semi a raspi
lanciati come un bouquet di sposa
un grappolo, più grappoli, la terra l’accoglie.

Infine, cessato l’amore, la terra è pregna
e il cielo espone solenne il fusto avvilito.

venerdì 1 agosto 2008

una delusione cosmica

Mi sono alzata alle 6 e mezzo stamattina, per venire qui a G. a pubblicare le cinque poesie su cui ho trascorato i pomeriggi di Luglio da quando sono in Sicilia.
Per un guaio tecnico il viaggio è stato inutile. Sono deprivata. Chi me la toglierà ora, questa tristezza di solitudine non letta?

giovedì 24 luglio 2008

una risposta

Così è una donna, come hai scritto
In quella lettera dalla campagna
L’ho avuta da Maufrignese, il viveur
che aveva visto un monaco nel granito.

Prendi me, casualmente viva
Mi vedresti in un favo d’inchiostro
Tra le mani un’amica di carta e basta
Il suo nome è Virginia.

Quel malessere verde malinconico
Non è di vecchie cose in un baule
Ma il presente, l’incertezza di marmo
Di malattia che va dal bianco al nero
Del farmaco che annebbia.

Un uccellino cinguetta oltre le tende
Nel pomeriggio fosco di luglio.

Mi rasserena il canto, ma non solo,
Anche l’ansimare del cane spagnolo
Nel corridoio tra noi e l’orto
Dove una biscia mi ha attaccato
Con un balzo di sorpresa, meraviglioso.

Così l’amore si sveglia un istante
Come la mania, niente romanzi
Sorprende o dorme, dorme, dorme
C’è senza esserci, un’arida purezza.

Essere donne ha senso, Adelaide?

Più che mai, oggi guardo oltre le tegole
Volo con ali di cera nel cielo che rima
E la sera accende un faro, Il Segreto
Lo stesso che tengo nella sacca estiva.

mercoledì 14 maggio 2008

Il camaleonte

E' la settimana dei piccoli uomini. Ha chiamato lui, Pasolini. Già.
Non ti ho mai amata. Vieni con me a Venezia? Ti sono mancato? Potremmo essere amici.
Il camaleonte diventa di ogni colore, così si mette in salvo. E' una voce che si estende su tutte le ottave. Non c'è nota che il suo canto non esegua, per il desiderio di piacere.
Dio mio, dategli un pò di attenzione, inviadetelo e tenetelo al di sopra di ogni altro affetto e interesse, perchè perfino un accenno di curiosità nella vostra voce, che non sia per lui, potrebbe ferirlo a morte. E perderà il suo centro, il suo io, il suo sè, il suo dio, se non lo farete. Poi, della sua perdita di equilibrio, non mancherà di tentare di fare voi responsabili.
Adesso ti farei schifo. Mi fa, e la sua voce è insincera come una chitarra scordata.
Che c'entra, dico.
Abbassa quelle difese, ritira la ruota, Mr pavone. Sei serio quando pensi che contino qualcosa le tue Bahamas?

sabato 10 maggio 2008

myanmar

Guardando le immagini dei monaci vestiti di arancione e rosso, che fanno da scudo umano, tra il nero dei militari e i colori pastello della gente comune, mi chiedo se ci sia qualcosa che possa fare, se non dire queste due parole, come una preghiera, con le mani giunte.
Dopo essere stati autori, spietati, della repressione cruentissima del movimento democratico non-violento, i militari al governo, ora, non hanno avvisato la popolazione dell'arrivo del ciclone in Birmania, pur essendone a conoscenza.
Che crudeltà resta da compiere? Il cuore è in pezzi.

sabato 19 aprile 2008

La donna-bisogno

La donna-bisogno è una figura allegorica, ha mammelle e braccia grandi, ed è colei che si invoca quando il cibo scarseggia e si vuole che lei accorra per calmare il pianto e la disperazione.
La donna-bisogno è Dea degli uomini della terra di sale, ma non solo. La adorano gli uomini che dicono di non sapere amare e quelli che pronunciano la parola amore troppo presto, o troppo tardi, solo da lontano. Con braccia grandi e forti, come una statua, essa regge e consola.
La donna-bisogno ha le mani lunghe, con esse scalda e rinfresca, ed è nuda perchè non ha vergogna di accarezzare, con umiltà nei palmi, un corpo stanco, uno assetato, uno che emani un odore acre.
Gli uomini che amano la donna-bisogno la venerano senza un corpo, essa giunge come puro spirito ad aggiustare le cose, poi evapora di nuovo ed è assenza impalbabile.
Se ne va, e l'uomo che la venera come una dea non ne sente la mancanza, dimentica che sia esistita e che il benessere di ora sia dipeso dall'intervento suo, di poco prima. L'uomo che le è devoto, la rinnega una volta ristabilita una condizione di benessere ottimale.
Egli è sazio, è pulito, i sensi sono appagati, non ha sonno e non ha sete. Allora egli può dire Io non ho alcun bisogno! e sarebbe ingiusto accusarlo di mentire. Dovrà passare del tempo, prima che egli sappia formulare di nuovo parole d'amore. Vieni da me. Saprà essere dolce e saprà intenerire l'istinto di chi c'è, per esaudire i desideri giusti nella persona di chi li sa esprimere.
La donna-bisogno darà ancora, e imparerà la ragione per cui essa è meno di un fantasma. La dimenticanza è un'assassino che uccide oltre la morte, perchè chi muore non è come chi non è esistito mai. La donna-bisogno non è mai esistita, se non in sogno, essa non ha neppure un nome e le sue fattezze possono cambiare. Purchè ci siano mani e mammelle, purchè ci sia un canto crepuscolare.

Il prestanome

E' una figura retorica da cui non si esce, non nel presente, non in quello mio. Sono un prestanome. Prima di me lo sono state Beatrice, Charlotte, Dulcinea e mille altre donne, in così tanta parte della letteratura occidentale scritta da mani di uomo.
Il poeta irlandese, il critico scrittore siciliano, il musicista jazz, con l'animo inquieto e quello pop - impulsivo - poi c'è il sedicente promotore dell'arte, tutti sono uomini che sto incontrando, nel presente del trentesimo anno.
Paradossalmente, quelli che hanno un'indole artistica e hanno letto qualche libro - quelli che amo - sono coloro che hanno una visione delle donne più pregiudiziale, come fossero creature distanti dalla terra.
Al contrario la donna è un'ancora o un alga, che si tiene salda al fondale. In superfice alcuni vedono solo una fune o - di una foglia longilinea - la punta verde che fluttua al muoversi delle acque marine. A quella vista si fermano, forse perchè a loro appare già bella così, tanto che non vogliono scoprirne aspetti nuovi.
Gli uomini di questo tipo dicono Basta così! Ho visto abbastanza, poi abbassano l'attenzione e lo sguardo e si danno a scrivere le loro poesie d'amore romantico, in cui invocano un nome uguale a quello mio.
Spediscono a me i loro componimenti, eppure io non sono quel nome e quando lo reclamo mio e vorrei che mi amassero con la vicinanza - e quando lo rifiuto e sono io che non voglio seguirli - essi, in ogni caso, non mi avranno compreso.

mercoledì 16 aprile 2008

election day nightmare

Stanotte, in un incubo orribile, prendevo parte ad una riunione tra parlamentari che si teneva in una stanza interamente bianca. Noi, i partecipanti, stavamo seduti su divani anch'essi bianchi, disposti circolarmente.
Si accedeva alla sala bianca da un ingresso che riconoscevo come quello della vecchia casa popolare, dove ho vissuto per quindici anni con la mia famiglia.
C'era un dibattito in corso, il cui oggetto era forse la violenza sulle donne o qualcosa di drammatico che le riguardava.
I parlamentari partecipavano con interventi ragionati, dal tono grave, tutti. Uno solo non ascoltava, non interveniva neppure, e raccontava storielle grottesche ad un altro di noi - mimandole a volte in piedi e ridendo con voce grassa - per tutto il tempo in cui era in corso la discussione.
Quello che se ne infischiava della gravità degli altri - se la spassava a esibirsi e a raccontare - quello, era Silvio Berlusconi e l'altro, quello che dava ascolto alle sue storielle da varietà, era mio padre.
L'imbarazzo mio era grande, come mai, e, come per compensare il torto di mio padre, cercavo di sostenere il dibattito con parole profonde e nuove.
Intanto che Silvio Berlusconi faceva il buffone e se la rideva grottescamente, mio padre lo ascoltava poco convinto, sorridendo imbarazzato, tra i denti, per buona educazione.
Guardavo verso di lui e gli rivolgevo un rimprovero tacito, nei miei interventi assumevo un tono ancora più teso e grave.
Avrei voluto che capisse che era il caso di isolare quell'uomo triste, che la condotta rumorosa e burlesca, in quel momento, rendeva irrispettoso del dibattito e delle parole altrui.
Usavo sguardo e voce, perchè mio padre capisse che era il caso si unisse al dibattito tra di noi, ma lui guardava in basso, finchè - incapace di porre un rimedio - l'imbarazzo mio è diventato vergogna. Mi sono svegliata, affranta.

esulto

in piscina, dopo quasi due mesi. esulto.

mercoledì 12 marzo 2008

rollerblade

Vorrei avere ancora i rollerblade che ho regalato ad una collega universitaria a cui si erano rotti. Lei li sapeva usare cosi bene, ci viveva sopra, come se fossero stati un paio di piedi.
Io invece una volta che li avevo indosso ci ero caduta per terra rovinosamente. Il sedere mi faceva un male dopo quella caduta sull'asfalto che da quel giorno in poi ho avuto paura di indossarli di nuovo. Del resto la caduta non era stata del tutto casuale, probabimente. Avevo strafatto quel giorno, uscendo per strada coi pattini, quando ancora avevo fatto poca pratica e solo sul pavimento liscio del mio appartamento di Palermo, in via Volontari.
Poi, a quella mia collega bosniaca che entrava persino in aula universitaria pattinando sui rollerblade, si erano guastati i suoi...ho fatto due più due. A chi servono di più?
Era quasi un'estranea e il suo nome non me lo ricordo più. Ma un giorno sono arrivata a lezione e le ho portato i miei rollerblade. Glieli ho regalati, non venduti. Lei faceva la babysitter per mantenersi gli studi e viveva lontano dalla cittadella universitaria.
Io vivevo a due passi e francamente per me andare sui rollerblade era un'arte da voler imparare, per lei uno strumento di sopravvivenza. Credo di avere fatto la cosa giusta, se ci penso, mi pare di avere messo un pò ordine, come dire.
Poi penso anche che mi dispiace di non aver potuto imparare. Mi conosco, alla fine quei rollerblade, avendoli a casa, li avrei ripresi e forse avrei imparato bene abbastanza da riuscire oggi a pattinare i sabati pomeriggio per il parco Nord di Milano.
Sono la stessa che - dopo umiliazioni indimenticate e troppi tentativi finiti male - ha imparato ad andare in bicicletta a sedici anni, quando nessuno ormai mi tormentava più sbattendomi in faccia quanto fosse facile pedalare. Era impossibile che non ne fossi in grado, dicevano loro.